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20 Luglio 2020

UN CONTADINO CI SALVERÀ

VITAMINE E BUOI DEI PAESI TUOI  di Enos Costantini

 

Avere una popolazione di vecchi malaticci, clopadicci, carrellomuniti, scatarrosi, pidimentati, ecc. è nell’interesse delle case farmaceutiche, avere una popolazione di anziani (e di individui in genere) sani e salubri e cuorcontenti è nell’interesse dell’intera società, del bilancio regionale e del contribuente. Oltre che, beninteso, dei vecchietti.

 

Autonomia alimentare
Una regione autonoma, come è autonoma nella sanità dovrebbe essere autonoma anche nella produzione di cibo che, come è noto, influenza grandemente la salute. 
− Ma le Regioni sono autonome anche in fatto di agricoltura − mi sento dire.
Alt! Una cosa è l’agricoltura attuale, una cosa è la produzione di cibo per i cittadini di una certa regione.
L’agricoltura friulana, ad esempio, produce pochissimo cibo, produce mais e soia. Vorrei vedere quanta soia mettete nel caffelatte del mattino. E quante bistecche di soia con polenta mangiate a pranzo. E quanto latte di soia dolcificato con fruttosio del mais vi bevete durante la happy hour.
Ma almeno il latte di vacca, si dirà, sarà ben prodotto in regione. Sì e no. Molto viene da fuori e, tanto quello regionale che quello italiano, sono fatti con alimenti zootecnici non regionali e non italiani. Diciamo pure alimenti che vengono dal nord e dal sud America. Yankee e Carioca.
Con ciò non è che i farmers americani navighino nell’oro, tutt’altro e, quanto al Brasile, puoi fare centinaia di chilometri nei campi di soia senza incontrare un contadin. L’Amazzonia viene distrutta (probabilmente per qualcuno è “bonifica” come quella nostrana della Paludi Pontine) senza dare da vivere a famiglie rurali. D’altro canto anche in Friuli il numero dei contadins (ora “imprenditori agricoli”) è ridotto al lumicino.
La Regione, si diceva. Autonoma per l’agricoltura, si diceva. No, deve sottostare a quanto viene da Bruxelles, quindi da quelle ditte che fanno fare la soia in Brasile per venderla ai produttori di latte e carne nostrani. Nessuna autonomia, quindi. E, ciò che più conta, nessuna produzione di cibo in regione.
− Ma col mais e la soia regionali si farà ben latte e carne − dirà qualcuno. Sì, qualcosa si farà anche con quelli, ma ben poco qui da noi. I nostri allevamenti, quelli regionali intendo, si riforniscono di mangimi fuori regione, tanto per dirne una. E i prosciutti che arrivano qui (ogni tanto si ribalta un camion e i notiziari ne danno notizia), così come altre carni fresche e lavorate nonché latticini vari hanno origini forestiere, non necessariamente italiane. 
Va inoltre sottolineato che definire “cibo” tante carni, fresche e conservate, così come tanti prodotti lattiero-caseari che arrivano costì è una spudorata bugia più che un pietoso eufemismo.
Una regione che è veramente autonoma (e anche se non è autonoma, come è il caso della nostra) fa (dovrebbe fare) la sua politica per il cibo. Se ha (o aveva) un Piano Urbanistico Regionale può avere anche un Piano Alimentare Regionale.
Facciamo un esempio con gli ortaggi. Perché con gli ortaggi? Perché non hanno controindicazioni per la salute, anzi la proteggono e ciò vale tanto per il ricco quanto per il povero, per i grandi come per i piccini.
In regione si produce sì e no, rive e no rive, il 10% degli ortaggi che si consumano. Che sia tanto difficile porre come obiettivo di politica economica arrivare al 50%? Bisogna, appunto, fare una “politica” (ma sottolineo economica). Ho l’impressione che i nostri politici si siano dimenticati di fare politica, in particolare quella economica (non si va oltre l’idiozia che è l’autostrada Gemona - Pordenone). Voi direte che faccio qualunquismo e che è facile prendersela in modo generico coi politici: così fan tutti. No, me la prendo coi politici che non fanno politica. E me la prendo, cela va sans dire, con la gente che li esprime; poi abbiamo tanti vecchietti malsani e una produzione di cibo inesistente. Me la prendo anche con la classe dirigente del Friuli? No, perché non c’è.
Si può però scendere anche in basso, molto più in basso. Si possono bypassare le cosiddette UTI (forse significa ‘unioni territoriali intercomunali’) dagli avvilenti nomi tanto fluviali quanto surreali. Vediamo i Comuni (con l’iniziale maiuscola è l’ente) e i comuni (con la minuscola è il territorio). Se esistono, o esistevano, i piani urbanistici comunali si potranno ben fare i piani alimentari comunali. Il sindaco conosce i suoi polli, è il caso di dirlo. Ed è il caso che metta in pratica le sue conoscenze. Potete chiamarlo food planning, ma è la stessa cosa. A mo’ d’esempio veniamo a una operazione concreta che può essere animata dal Comune.
Supponiamo che una famiglia (quella del sindaco, per fare un esempio, ma poi ciò va esteso a tutti i cittadini) preveda di spendere in un anno 500 euro (invento la cifra) di ortaggi. Ebbene, parte di questi (chessò, 200 euro) possono entrare in una specie di cassa comune di inizio anno (il sindaco darà l’esempio) che servirà a far produrre ortaggi in loco. Mi spiego: il contadin a inizio anno deve anticipare soldi (si chiama “capitale di anticipazione”) per sementi, fertilizzanti, attrezzi, ecc. Ebbene, parte di questi soldi li può avere da quel fondo comune (altro che hedge funds!), così può cominciare la stagione senza patemi e con la sicurezza di avere clienti. Evidentemente il sindaco e tutti quelli che avranno anticipato i soldi riceveranno altrettanto valore in ortaggi durante la stagione dei medesimi. Un economista direbbe che è una strategia win win, ci guadagnano tutti. Ci guadagna il contadin che è fuori da tanti patemi e ci guadagnano i consumatori che hanno un prodotto locale, buono, fresco e pulito e sano e protettivo della salute. Ci guadagna, infine, l’economia locale. Non so come ciò influenzi il Dow Jones ma, francamente, me ne frego.
Il “fondo comune” può essere gestito dal comune (finalmente un ruolo attivo a contatto coi cittadini e non solo burocrazia), oppure dalla cassa rurale (se esiste ancora), oppure da una associazione creata ad hoc, magari in un secondo momento, o quando i due attori appena nominati latitano.
Il solito malfidente dirà che il contadin, furbo, andrà in un superdiscount a comprare la verdura per rifilarla poi ai paesani. Visto che il vicinato non manca di occhi, e di lingue, e di WhatsApp la cosa si saprebbe in tempo reale, come si dice oggi. Il controllo sociale, che una volta c’era (vedi le latterie) funziona sempre. Ma perché non vi chiedete che cosa c’è nelle merendine, o quale valore nutrizionale abbia la verdura di quarta gamma già lavata (con che cosa?) che acquistate (è carissima!) perché la ritenete “comoda”? Vi date la zappa sui piedi invece di regalare una zappa al contadino vicino (la meriterebbe d’oro!). 

 

Il punto
E siamo arrivati al punto. Non voglio parlare di virus, ma il virus ci ha fatto capire come la nostra società abbia basi estremamente fragili. Nel secolo della tecnologia una città non ha riserve alimentari per più di tre giorni. La grande distribuzione non tiene magazzini perché i magazzini costano e basa tutta la sua filiera sul just-in-time-delivery, grazie a trasporti veloci su tanti camion e su aerei (verdure fresche da altri continenti, per dirne una). Nei secoli passati erano i Comuni che tenevano granaglie in appositi magazzini perché “non si sa mai”, perché poteva arrivare una carestia con conseguenti sollevazioni popolari. Ora sono i contadini che devono tenersi i magazzini (es. mele in frigo), ma se i trasporti non vanno (manca carburate o ci sono disordini sociali) si mettono i dincj su pa gratule, si tira cinghia, si dà l’assalto al prestin di scansc (capitolo XII dei Promessi Sposi, se non ricordo male). Ecco perché è necessario assicurare che la produzione regionale copra almeno una parte dei fabbisogni locali. Significa essere preparati al peggio (e al meglio, se si pensa alla salute).
La prossima crisi finanziaria (la finanza internazionale è un castello di carte assai traballante) sarà assai peggiore di quella del 2008, il riscaldamento globale va avanti in modo esponenziale, le migrazioni climatiche sono solo ai primi timidi esordi, l’inquinamento e la distruzione ambientale hanno raggiunto livelli non si sa per quanto tempo sostenibili, nessuna tecnologia si può sostituire alle leggi della natura (mi si dimostri il contrario); insomma il nostro sistema (e con lui le nostre pasciute abitudini) è fragile, molto fragile. Scienza e tecnologia hanno avuto altre priorità (es. la bomba atomica di cui in Friuli siamo ben forniti) ed è bastata una piccola “roba”, che non è neanche una cellula, a mettere in ginocchio l’umanità. Pensate: un virus è la struttura organica replicante più semplice. Non è neanche una cellula, non è neanche un batterio. Questo, al confronto, è assai più grande (in una goccia d’acqua, dicono i media, ci stanno 100.000 batteri, ma ben un milione di virus) e assai più complicato. Un batterio, infatti, è una cellula, quindi, come saprete, ha un nucleo con materiale genetico, citoplasma, reticolo endoplasmatico, mitocondri, ribosomi, vacuoli, apparato di Golgi, ecc. ecc. Tanto più sei complicato, tanto più sei vulnerabile: una botta di antibiotico e via il batterio, ma provate col virus… Il telefono cellulare è complicato: dura mille volte meno della zappa. Vale anche per la nostra società che è troppo complessa, quindi fragile e vulnerabile. Facciamo una iniezione di semplicità: l’orto individuale, 4 galline, l’orto del contadino vicino, l’agricoltura locale, una politica economica che tenga conto della produzione di cibo (non della trasformazione industriale del cibo), proibire i voli aerei delle verdure, tassare derrate che vengono da altri continenti.
Possiamo discuterne con i politici locali, con gli industriali (mangiano anche loro, eccome), con i presidi di scuola, coi sindaci e gli assessori e con la meteora di associazioni che forma la cosiddetta “società civile”, discutiamone anche col cosiddetto “terzo settore” (le Pro Loco).
Sì, d’accordo, discutiamo e tentiamo di coinvolgere, ma siamo sicuri di essere ancora in tempo?

E visaisi
E visaisi furlans: Co si crôt di jessi a cjaval no si è nancje a mus!