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Sequls
1 Dicembre 2019

SEQUALS, ARTEFICE DELLA RINASCITA DEL MOSAICO

DI LÀ DA L'AGHE, SEQUALS di Leonardo Zecchinon

Il mosaico nasce nel mondo greco-romano, con tecniche e stili che si evolvono tra l’età romana e quella cristiana. Le grandi opere antiche sono pavimentali. Il mosaico romano è ben rappresentato in Regione da Aquileia, con i paleocristiani della basilica. Invece il mosaico bizantino lo troviamo a Ravenna (basiliche di S. Vitale e S. Apollinare Nuovo, mausoleo di Galla Placidia).
La nostra Sequals è legata indissolubilmente, oltre che al campione di pugilato Primo Carnera, al mondo dell’arte musiva. Nella primavera del 1950 il comune di Sequals, con sindaco Patrizio Timoleone, delibera per l’adozione dello stemma e del gonfalone. Lo stemma civico prescelto si presenta con forma di scudo sannitico, con campo azzurro attraversato da una fascia ondata d’argento passante sotto a un leone d’oro, che poggia su tre colline verdi. Il felino artiglia nella zampa destra la martellina, strumento principe del mosaico, e in quella sinistra una cazzuola da terrazziere. Il leone rappresenta l’arma dei Signori di Spilimbergo, la fascia ondata d’argento il corso del torrente Meduna, le tre colline danno il nome al paese (Sequals infatti significa sub colles, cioè sotto i colli).
Analizziamo la situazione dal punto di vista del mosaico e del terrazzo. Qual è il motivo per cui queste due arti strettamente imparentate fra loro si sono così profondamente radicate in Sequals, Solimbergo e paesi contermini? La nostra è stata da sempre una terra ingrata, con stagioni inclementi e raccolti scarsi. Nei secoli si può dire che sia stata feconda solo di sassi. E proprio dai sassi è partita una sorta di riscossa da parte dei nostri vecchi, artigiani e artisti allo stesso tempo. Con grande accortezza e ingegno hanno saputo trasformare un handicap in un’opportunità di riscatto, per sé e per i propri figli. Lo sviluppo del mosaico, del terrazzo e della lavorazione della pietra pare siano stati dunque una specie di sbocco inevitabile.
Dopo il 1420 il Friuli entra nell’orbita della Serenissima. Verso la fine del '500, tanti compaesani, di cui però si sa ben poco, furono parte preponderante della Corporazione dei Terrazzieri di Venezia, costituita nel 1582. Nella vita dell’associazione, normata da apposita Mariegola, una sorta di statuto dell’epoca, un ruolo rilevante l’hanno avuto i Crovato di Solimbergo. Patrono dei terrazzai è San Floriano, un santo combattente, raffigurato come vuole l’iconografia con la spada, come San Martino, come San Giorgio e come San Michele Arcangelo. I santi combattenti erano i preferiti dalla nobiltà, che li voleva rappresentati nei castelli e nei palazzi. San Floriano ha sempre con sé anche un secchio d’acqua: sia per spegnere gli incendi (è infatti patrono dei vigili del fuoco) che per bagnare il terrazzo in lavorazione. Recita un vecchio detto friulano: aga al teràs e vin ai teracers!
Nel corso del '700 i nostri artigiani incominciano a spingersi verso vari paesi europei. Ma è attorno alla metà dell’800 che questo flusso diventa una fiumana. Nella ricerca di informazioni, sono di prezioso aiuto gli atti notarili di Sequals e Spilimbergo custoditi presso l’Archivio di Stato di Pordenone oltre ai registri anagrafici delle due parrocchie. Caliamoci ora nella ricchissima e rutilante Venezia di quell’epoca, dove fiorivano le arti e i traffici. Si può dire che praticamente c’era ogni ben di Dio. Ma una cosa mancava, all’apparenza banale e senza un valore intrinseco: i sassi. Non se ne trovava neanche uno, nemmeno a pagarlo a peso d’oro. Ai nostri mosaicisti e terrazzieri mancava la materia prima. E allora era compito di donne e ragazzi scendere nel letto dei nostri fiumi e torrenti per selezionare, in base a grana e coloritura, carichi imponenti di sassi, che venivano recapitati a Venezia tramite carradori, che appena possibile li trasferivano agli zatterai. Particolare attenzione veniva riservata al “clap fiât”, sasso color fegato molto ricercato per il suo tipico colore. E fu così che nei campi e campielli della Serenissima si incontrarono i poveri sassi della Meduna (che onoravano la tradizione aquileiese dei mosaici pavimentali) con i preziosi smalti di Murano (che seguivano la tradizione ravennate dei luccicanti mosaici bizantini, impreziosendo pareti, soffitti e volte). Nei palazzi veneziani si diffonde rapidamente la moda del terrazzo e del mosaico: le sontuose dimore sul Canal Grande si arricchiscono a maggior gloria dei patrizi della Serenissima, ricchi di gusto e di palanche. Fino alla metà dell’800 prevalgono i terrazzai, poi hanno il sopravvento i mosaicisti. Venezia è per i nostri mosaicisti allo stesso tempo palestra in cui esercitarsi e vetrina in cui mostrarsi per vendere.
Nel XVIII secolo prende piede sia il pavimento alla veneziana (ottenuto con frammenti di marmo e pietre di vario colore disposti alla rinfusa in uno strato di cocciopesto, cioè di mattone macinato e calce) che il pavimento detto “alla palladiana” (analogo al precedente, ma composto di pezzi irregolari di lastre policrome fugati con cemento colorato in rosso da polvere di mattone). Riguardo al materiale per la composizione del terrazzo alla veneziana, per quanto concerne il “seminato”, cioè la miscela di granelli di marmi da inserire nel cocciopesto, si utilizzavano pietre, come già evidenziato, per la maggior parte raccolte nei torrenti. Per gli ornati invece si preferivano pietre di cava. Il legante migliore per il “seminato” era la calce comune, che più tardi venne sostituita da quella idraulica, che induriva più rapidamente. Per il miglior risalto degli ornati, era prassi comune contornarli di pietre bianche, generalmente ricavate dai “cogui”, ossia i candidi sassi residui della calce cotta nelle fornaci. Se il pavimento doveva essere abbellito da decorazioni, i terrazzai usavano tecniche diverse per la loro esecuzione. Con il trascorrere dei decenni il “seminato” diventa più fitto e curato, rendendo sempre più invisibile il sottostante letto di malta. Motivi decorativi quali rosoni, mezzerie, greche e fasce, si fanno più frequenti, ricchi e perfetti. Si arriva al punto che l’intero terrazzo viene decorato in ogni sua parte esclusivamente in mosaico. La sostituzione delle scaglie irregolari proprie del “battuto” – anche così era chiamato il terrazzo alla veneziana - con le tessere proprie del mosaico è caratteristica peculiare di Sequals. E questa si spiega facilmente, considerando i prestigiosi terrazzai-mosaicisti, a cui il paese ha dato i natali, i quali, rientrando dai vari paesi del mondo in cui avevano portato quest’arte, abbellivano le loro abitazioni con splendidi tappeti musivi.
A partire da metà '800 si apre una grande irripetibile stagione nel segno del bello, del nuovo e del progresso, intesi come mete facilmente raggiungibili. Ci vengono in mente lo sbuffare delle locomotive a vapore, le grandi esposizioni internazionali, l’inaugurazione nel 1889 della Tour Eiffel e del Moulin Rouge (a cento anni esatti dalla Rivoluzione Francese), il traforo ferroviario del Sempione (realizzato fra il 1898 e il 1905, che da Domodossola conduce all’elvetica Briga e fu per 76 anni la galleria ferroviaria più lunga del mondo), la Transiberiana, che con i suoi 9.288 km collegava Mosca a Vladivostock, sulle coste del Pacifico! Era la Belle Epoque! In questo clima di spensierato ottimismo, l’espansione a macchia d’olio dell’arte musiva fu una costante dell’epoca. La Belle Epoque fu un periodo storico irripetibile, un magico sogno destinato a infrangersi in un crudele risveglio: lo scoppio della Grande Guerra.
A inizio '900 nel Maniaghese e nello Spilimberghese possiamo distinguere due plaghe ben precise per questi mestieri d’arte: da Sequals, Solimbergo e Colle provengono i mosaicisti. Da Fanna e Cavasso i terrazzai. Lo stesso prof. Ludovico Zanini, direttore didattico negli anni Venti (di cui parleremo più avanti) nella relazione all’Umanitaria di Milano (ente che appoggiò in un primo momento la nascita della scuola di mosaico a Sequals) scrisse che “il 90% degli operai di Sequals sono mosaicisti e la percentuale va assottigliandosi man mano che le borgate se ne discostano; in queste ultime aumenta la percentuale dei terrazzai, che hanno per centro Fanna e Cavasso Nuovo”.
A questo punto della narrazione, considerata la vastità dell’argomento e anche per non peccare d’invadenza, rinviamo il lettore alla prossima pubblicazione. Sta per entrare in scena un personaggio mitico nel mondo dell’arte musiva: Gian Domenico Facchina.

 

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