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Umberto_Valentinis
15 Giugno 2018

Lo specchio di Narciso

Umberto Valentinis - foto Bruno Beltramini © - 2018

SGUARDO E MEMORIA di Umberto Valentinis

Mi accade ogni giorno di incrociare per strada, sfiorandoli, giovani che camminano ignari del mondo che li circonda, barricati contro gli sguardi degli altri, insensibili alle innumerevoli forme dell’esistente. Come se li isolasse una invisibile corazza pneumatica; come se i loro simili avessero infilato al dito l’anello di Gige, che li rende invisibili, e invisibili fossero divenute le cose intorno. Procedono con gli occhi avvinti al piccolo specchio che stringono tra le mani; e le mani, o meglio i pollici, sono impegnati in una frenetica diteggiatura, che fa pullulare sulla superficie che avvince in un legame meduseo la loro attenzione, segni effimeri, prontamente sostituiti da altri e da questi cancellati. Spesso, a rendere l’isolamento sensoriale più completo, le loro orecchie sono tappate dagli auricolari, in una versione aggiornata e tragicamente impoverita del mito di Ulisse e le Sirene.
Il poeta li osserva, un po’ sgomento. E fatica a capire le ragioni di un così radicale incantamento, di una conversione generazionale così totale e diffusa.
I sensi, come strumenti privilegiati del rapporto con il mondo, sembrano avviliti al rango di esecutori di comandi, a mediatori di interventi tecnologici, che producono risposte limitate, puntuali e immediate, subito diluite e disciolte nell’etere della comunicazione diffusa: nella “mistica della rete” (del Web!).
Il poeta ne osserva le fattezze, e ricava un altro elemento di perplessità dal raffronto tra la prepotente “fisicità” esibita dai loro corpi - mai generazione precedente fu più di questa attenta al linguaggio del corpo e alle sue retoriche, più sana, più allenata in apparenza al servizio della specie e della sua evoluzione - e il totale asservimento al mondo del virtuale e dell’immateriale. Non a quello costituzionalmente immateriale dello Spirito. Non al mondo antico e nobilissimo del Pneuma, poco importa se nelle sue manifestazioni religiose o temporali. Ma a un suo feticcio, che la tecnologia imperante volgarizza nell’esperanto totalizzante della società di massa, imponendolo come unica forma di accettabile e moderno “uso del mondo”.
Per il poeta, e per gli altri della sua generazione, altri sono stati il ruolo e il significato dello sguardo.
Lo sguardo era una porta socchiusa per permettere l’ingresso del Mondo. Era un processo che prendeva inizio rispondendo allo sguardo del mondo; instaurando così un rapporto in cui le particolarità individuali venivano riassorbite, senza essere annullate, nella neutralità significativa di una doppia “epifania” simultanea. Allora guardare significava iniziare un lavoro e l’occhio si trasformava in un laboratorio. Prendendo a prestito dall’armamentario dell’alchimia alcuni dei suoi termini più suggestivi, si potrebbe dire che lo sguardo veniva usato come un alambicco, il mitico “athanor” alchemico che trasforma i dati sensoriali e ne distilla gli umori più densi e segreti. O ancora come un crogiolo, dove si svolgono le complesse operazioni del “magnum opus”. Perché è propriamente un’Opera quella che lo sguardo inaugura.
Se lo sguardo “operante” era quello di un poeta, allora uno dei suoi compiti più impegnativi era quello di tradurre le parole della “lingua delle cose” nelle parole della “lingua dell’uomo”, cercando di trasferire nell’alveo di questa i misteri e le magie della prima. Non sempre riuscendovi; ma facendo sempre esperienza dell’immersione nelle sue profondità, per riemergerne rigenerati come dalle acque battesimali, che nella loro etimologia contengono proprio la radice della discesa nelle profondità.
Al termine del processo, il mondo diventa parola, e nella parola incorpora la forza e la varietà del mondo “immaginale” d’origine, trasformandosi in un oggetto simbolico capace di conservare e restituire il senso di un rapporto profondo tra mondo e soggetto. Ha coinvolto tutti i sensi, a partire dal più esposto e più ricettivo, per filtrare poi nel pensiero e nel sentimento, e in essi diramarsi e proliferare; radicarsi e disseminarsi. E non basta: lo sguardo è anche il luogo in cui prende forma il senso dello spazio nell’esperienza della lontananza e della vicinanza; e anche il presagio del tempo, mentre germogliano i semi della nostalgia, rivolta sia al passato che al futuro e nell’incessante lavorio dello sguardo che conserva e trasforma si preparano le mirabili imprevedibili fecondazioni della memoria. “Solve et coagula” è il motto dell’opus alchemico.
Che cosa resta di questo lavorio nella meccanica compulsione digitale del moderno “Homo protesicus”? Cosa resta dei misteri e delle meraviglie dello sguardo che si apre al mondo, mentre il mondo si apre allo sguardo? James Hillman, il grande “psicologo archetipico”, ricorda in un suo libro che i navaho dicono che c’è sempre qualcosa che ci osserva. E aggiunge: “Se non riusciamo più a immaginare che gli oggetti ricambiano il nostro sguardo, ecco che dalle cose intorno a noi non scaturisce alcuna sfida morale, alcun fascino. Gli oggetti non sono più interlocutori di un dialogo (…). Quando l’anima del mondo ha perduto la faccia, noi vediamo cose invece di immagini. E le cose ci chiedono soltanto di essere possedute e usate, nient’altro”.
Che cosa resta della complessità di quell’antico rapporto “erotico”, nella regressione narcisistica di questo moderno, ossessivo “leccar lo specchio di Narciso” (Inf. XXX,128)?
Nella traduzione in “messaggi” compressi, stereotipati e storpiati, della complessità del mondo, manca la risposta allo sguardo delle cose. Tutto vi ribolle in un verminìo ripetitivo di materiali di breve e asfittico respiro. La presunzione “comunicativa” si spegne in una disseminazione automatica di risposte abbozzate, che prima ancora di essere elaborate e sedimentate, vengono immerse e neutralizzate nell’alveo illusoriamente sconfinato della condivisione, che promuovendone la diffusione, ne sancisce anche la verità.
A me sembra che in questa tetra effervescenza solipsistica che coinvolge generazioni intere, esiliandole in una condizione di falsa autosufficienza; rendendole remote e indecifrabili a chi non ne condivida l’euforia, si manifesti una pericolosa diffidenza nei confronti della complessità. Un desiderio di difendersene ricorrendo agli automatismi illusoriamente rassicuranti, facili e democratici della tecnologia informatica, che assolutizza il mezzo trasformandolo in subdolo legame, che asservisce a modelli perniciosamente semplificati di realtà.
Alla fine, la ricchezza dell’immaginale che prende origine dallo sguardo capace di rispondere alle suggestioni del mondo, si impoverisce e avvizzisce, sostituita da una falsa promiscuità, da un uso disinvolto, sbrigativo delle sue potenzialità; dalla celebrazione involgarita del facile e del convenzionale. Di fronte a qualsiasi paesaggio celebre, a qualsiasi monumento o evento non esclusi i funerali, selve di mani si sollevano sopra teste, a brandire la fatidica e prodigiosa “macchina della Visione”. Affidando al suo sguardo impassibile il compito di surrogare la pigra e rassegnata impotenza dell’autentico sguardo.

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