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25 Marzo 2019

Il mistero pasquale e la devozione popolare

Tacciono le campane risuonano batècui e cràzulis di Tiziana Ribezzi

O fî, fî, o gno cjâr fî
Par cui voléso mai tant patî?
- O mari, mari, cjare la mê mari
Né par me, né par vô
Ma par la vera cristianitât.

[Preghiera, Teresa Fedele di Clavais]
….
‘Figlio mio carissimo,
che cosa sarà di voi sabato santo?’
‘Madre mia dilettissima sarò
come un grano di frumento che nasce sotto la terra.’

‘Figlio mio carissimo,
che cosa sarà di voi il giorno di Pasqua?’
‘Il giorno di Pasqua io sarò resuscitato,
fatto padrone del cielo e della terra’

[Il calendario della Passione. Poffabro, 1973 – M.Roman Ros]

Il triduo pasquale – il Venerdi santo, il Sabato santo e la Pasqua, aperti dall’Eucarestia serale del giovedì - è il momento più intenso del calendario liturgico delle celebrazioni pasquali della Santa settimana, compresa fra la domenica delle Palme e quella di Resurrezione.
Il succedersi delle ore in cui viene scandita in un coinvolgente crescendo la memoria storica della Passione, Morte e Resurrezione del Signore Gesù, è sempre stato accompagnato da manifestazioni di religiosità popolare molto partecipate. Le pratiche devozionali individuali e comunitarie trovano espressione in riti, gesti, preghiere, canti e rappresentazioni che danno vita a un affresco suggestivo, evocativo degli episodi del racconto evangelico intrecciati alle peculiari sfumature con cui la cultura popolare li ha fatti propri, ripetendoli nel tempo, tramandandoli e variandoli. Durante la Settimana Santa, così ricca di figure, immagini e versi dolenti, la pietà popolare rivive l'umanità sofferente di Cristo in una forma di mimesi che rende particolarmente vicini umana sofferenza e sacrificio divino, in un bisogno di immedesimarsi con la narrazione della Passione e figure salvifiche.
La Pasqua è una festa mobile, perché si basa sulla luna, cade la domenica successiva al plenilunio che segue l’equinozio di primavera ed è compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile. La festa cristiana incorpora tradizioni precristiane connesse alla primavera e alla fertilità legate al ciclo agricolo le cui leggende di origine erano comuni nelle religioni antiche. Musiche e danze celebravano il ritorno alla luce e quindi alla fecondità della terra dopo il buio delle lunghe giornate invernali incoraggiando la rinascita durante l’equinozio primaverile.
Prima della festa solenne c’erano l’attesa e la preparazione. Infatti il tempo della Quaresima predispone i fedeli con letture, l’ascolto della parola di Dio, la benedizione delle case, i riti delle Quarantore, gesti penitenziali, digiuni e astinenze. Queste erano pratiche vissute nelle famiglie e anche i giovani, attraverso una preghiera più assidua e seguendo gli adulti nelle funzioni venivano educati alla profondità dell’evento.
La domenica delle Palme ricorda l’entrata di Gesù a Gerusalemme accolto dalla popolazione acclamante. È il giorno di una festosità lieta, con i bambini che corrono e agitano le verdi fronde appena raccolte, gli uomini le innalzano al cielo quasi alberi quando, usciti dalla chiesa, si portano in processione ai luoghi sacri o percorrono il sagrato intorno alla chiesa. Dopo la benedizione del sacerdote le donne si affrettano a raccogliere i rametti di ulivo e li portano a casa, conservandoli dietro la porta, presso l’acquasantiera e nelle stalle. E questi ramoscelli, che alludono alla riconciliazione fra il Signore e gli uomini di cui la Pasqua è l’evento, vengono tenuti in serbo a protezione di persone e animali, per scongiurare rovinose tempeste e, piantati nei campi, come auspicio di buon raccolto.
I giorni a seguire, accanto alle
funzioni religiose, le ore scorrevano in uno spirito di purificazione e rigenerazione come la nuova stagione provvede per la natura. Le case devono riprendere luce, spalancate per le grandi pulizie, che un tempo portavano a far risplendere i rami e il pentolame, rinnovate con i colori offerti dai primi fiori e aperte con l’allestimento di piccoli altari devozionali.
Con il sopraggiungere della primavera riprendono le operazioni agricole; durante la settimana si poteva seminare, al di fuori del periodo fra un Gloria e l’altro, qualsiasi pianta e chicco, che sarebbe cresciuto bene. Solo il Venerdi santo non si tocca la terra perché in segno di lutto nulla germoglia a modo, per dare frutto. In detti e proverbi le date del calendario liturgico e i tempi della natura sono cadenzati in forma di divieti e auspici, timori e speranze.
Il giovedì conclude la Quaresima e con la Messa In Coena Domini si apre il tempo del Triduo pasquale. Dopo le funzioni del mattino, i riti prendono avvio nelle ore vespertine. Nelle chiese veniva allestito un sepolcro ai piedi di un altare, addobbato da fiori e lumi e dal frumento fatto germogliare in due ciotole, simbolo allusivo della Resurrezione; qui vengono posate le offerte, nascoste gabbie con uccellini il cui canto rammentava la malinconia del giorno e si svolgeva la veglia, giorno e notte, pregando e salmodiando sino all’alba di Pasqua per accompagnare il corpo di Cristo morto. Nei paesi si svolgono le prime drammatizzazioni che ripercorrono i passi narrati nei Vangeli, con le processioni alla  ricerca sparsa di Gesù lungo le strade, l’allestimento della cena eucaristica, la lavanda dei piedi, il solitario ritiro e il tradimento di Gesù nell’Orto dei Getsemani. Quando alla messa solenne serale il sacerdote intona il Gloria in excelsis Deo, suonano tutte le campane, che poi tacitano fino al Gloria del Sabato santo. Nelle ore del silenzio il segnale delle funzioni viene dato dai ragazzi che in chiesa o sul sagrato suonano raganelle, traccole a martelletti, o trombette. A Claut il pomeriggio del giovedì venivano issati sul campanile tramite funi fino alla cella campanaria grandi crepitacoli che un gruppo di giovani aveva il compito di far funzionare, sostituendo le campane. Il peculiare frastuono dato dallo strepito o dal gracidio ritmato di batècui e cràzulis, divertimento dei bambini, risuonava assordante lungo le strade prolungandosi fino allo scioglimento delle campane il Sabato santo. Sono le ore in cui i fedeli intonano preghiere e toccanti inni, anche in forma dialogata eco di antiche laudi, che la voce popolare recita facendo proprie le drammatiche sequenze della sofferenza estrema di Gesù e di una angosciata Maria lacerata dai patimenti del Figlio. Il Venerdi santo si staglia imponente la croce. Il giorno in cui si ricorda il consumarsi del mistero della vita di Cristo in tutta la sua tragedia era vissuto in una commozione silenziosa e condivisa. Durante la processione della Via Crucis, contrassegnata dai lumini che lungo il percorso e sugli usci delle case spezzano le tenebre, passo dopo passo l’immagine di Gesù crocifisso diventa totalizzante e come in pochi altri momenti il sacro permea l’umanità dei fedeli. Altro aspetto sono le sacre rappresentazioni della Passione, eredi di una drammaturgia diffusa e significativa che nella pienezza delle loro sequenze evocano scene di un teatro popolare, un tempo parte integrante della liturgia, che fonde istanze liturgiche e popolari, e oggi aspetti rituali ed esigenze spettacolari.
La mattina del Sabato santo al canto del Gloria, “al primo rintocco delle campane, ci si bagna fronte e occhi per lavarsi i peccati”, “le madri mettono in terra i bambini e fanno loro muovere i primi passi”: riti privati aprono la giornata definita come aliturgica perché l’annuncio si fa a sera, con la veglia che S. Agostino chiama “la Madre di tutte le veglie”, solenne celebrazione in cui al mondo abbandonato e disperato dall’assenza di Gesù morto, viene annunciato il ritorno del Signore. Nella funzione notturna ha luogo la liturgia della luce, con la benedizione del fuoco e dell’acqua, l’accensione del cero che rimarrà fino alla Pendecoste, l’ascolto della parola. Fuoco nuovo e acqua lustrale venivano portati nelle case per i riti domestici.
Il giorno della Resurrezione si apre con gesti rituali, la messa solenne con la benedizione di uova, simbolo cosmico di nuova vita e pani particolari: è il “giorno nuovo”in cui l’opera del Sacrificio è portata a compimento per l’umanità.

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