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Per chi cerca lavoro. Disoccupazione (in Fvg): non solo statistiche

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Troppo spesso siamo (stati) abituati dai mass-media a giudicare la situazione relativa alla disoccupazione in base ai dati forniti dalle statistiche. Ma questi ultimi, sebbene attendibili, sono tuttavia parziali in quanto alcune categorie non vi rientrano (come i cosiddetti neet) e costituiscono comunque il sunto di situazioni diversificate dal punto di vista geografico e demografico. Inoltre bisogna ricordare che all’interno della fascia “positiva” di popolazione che lavora una parte fin troppo cospicua è costituita da precari, lavoratori part-time e sottoccupati. Per rendersi conto della situazione attuale bisogna quindi andare al di là dei numeri delle statistiche.

Per la nostra Regione, ad esempio, l’Ires FVG, sulla base dei dati Istat, ha decretato che l’ultimo trimestre del 2016 si è chiuso con un numero di occupati pari a circa 501.300 unità, 7.300 in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Un dato certo positivo ma che non deve illudere, in quanto, se è indice di una tendenza positiva la lotta contro la disoccupazione locale, è lungi dall’esser vinta.

Esemplificativo è il fatto che, sempre secondo i dati Ires, nel 2015 in Friuli Venezia Giulia c’è stata una forte crescita delle assunzioni a tempo indeterminato sulla scia dei contributi a essi dedicati in tale anno, mentre nel 2016 è tornata prevalente l’occupazione a termine a causa dell’esaurimento di tali contributi e del ridimensionamento generale degli sgravi contributivi concessi alle imprese. Indice questo di un’occupazione che aumenta ma diventa sempre più precaria.

C’è poi da dire che nella nostra Regione il problema principale non è, come in altre (soprattutto del Nord), la mancanza di iniziative o di progetti formativi, quanto la costante presenza di ostacoli burocratici e l’insufficienza del controllo sulla loro effettiva esecuzione secondo i parametri prestabiliti. In Friuli Venezia Giulia è attivo infatti il programma PIPOL, diviso in Garanzia Giovani (per i giovani fino ai 29 anni) e Progetto Occupabilità (per i disoccupati o sospesi dal lavoro).

Un’iniziativa che in teoria dovrebbe contribuire fortemente alla soluzione del problema, ma che in pratica non riesce a esprimere il suo pieno potenziale. Gli ostacoli che minano l’efficacia di questo programma sono imputabili sia alla sua fonte, a causa dei tempi burocratici con cui le aziende che vogliono usufruirne si scontrano (in particolare le piccole imprese che si ritrovano a spendere soldi e tempo prezioso per produrre carteggi per gli uffici regionali o per destreggiarsi con il sistema informatico che regge il sistema), sia agli enti incaricati di metterlo in atto, che propongono programmi ambiziosi ma non sempre in linea con le richieste del mercato del lavoro e delle aziende.

Il fulcro del problema è costituito comunque dai centri per l’impiego, di certo potenziati rispetto al passato, ma ancora percepiti come insufficienti da chi cerca lavoro. A loro infatti spetta il compito di accompagnare e orientare nel ricollocamento i disoccupati, ma spesso i tempi di attesa o di esecuzione del percorso sono lunghi e l’assistenza troppo frammentata. Il problema non è quindi che il progetto PIPOL non funziona, la situazione sta effettivamente migliorando, ma troppo lentamente per essere percepita chiaramente. E la tanto sbandierata occupazione giovanile? Anche qui i dati locali parlano di calo della disoccupazione ma questo non deve ingannare, basti pensare al fenomeno della migrazione di giovani all’estero il cui tasso per il Friuli Venezia Giulia è, in rapporto alla popolazione, tra i più alti d’Italia. Tra il 2013 e il 2016 hanno lasciato affetti e familiari in cerca di fortuna più di 15.000 friulani tra uomini e donne, vale a dire l’1% della popolazione. In gran parte under 30. Un altro dato che visto da una diversa prospettiva cambia significato. Passando dai problemi alle soluzioni, ne esiste una per la situazione che si è creata? Probabilmente no, tuttavia si possono indicare alcune linee guida a medio termine.

L’esigenza primaria consiste nell’allineare l’offerta formativa alla domanda di lavoro. Per fare questo bisogna coinvolgere imprese e datori di lavoro nella definizione delle competenze da creare: essi devono collaborare con scuole e università per definire programmi utili a colmare i gap formativi e a valorizzare le qualità utili al momento dell’inserimento nel mondo del lavoro. Troppo spesso formazione e lavoro costituiscono mondi separati e non comunicanti. Tra i giovani bisogna invece diffondere una cultura dello “studio quindi lavoro”, attivando un piano di potenziamento dei servizi di orientamento professionale, in modo da portarli a intraprendere con piena coscienza percorsi professionali adeguati alle loro qualità.

Quello che manca oggi infatti non è la domanda di lavoro ma la qualità degli aspiranti, sia in termini di competenza che di passione. Soprattutto bisogna dare ai disoccupati un piano semplice e immediato per cercare lavoro, un percorso da seguire con fiducia. Bisogna infatti ricordare che esiste una forte percezioni di inadeguatezza dei canali di supporto alla ricerca del lavoro. Un’indagine ha stabilito che l’80% dei disoccupati under 30 in Italia utilizza la rete di amici, conoscenti e familiari per cercare lavoro, mentre solo circa un terzo sperimenta i canali istituzionali (contro l’80% di paesi come la Germania). Infine per una politica del lavoro davvero efficace bisogna, inoltre, tener conto delle esigenze dei disoccupati, diverse a seconda dell’età, che porta a diversi modi di apprendere, di aver modo di frequentare corsi, di vivere la ricerca del lavoro.

Per aiutare i disoccupati bisogna conoscerli. Giovanni Cassina - CEO FVJOB www.fvjob.it

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