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I presepi di Umberto Valentinis

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I presepi di Valentinis sono traduzioni in immagini miniaturizzate del racconto della Natività. Si presentano come paesaggi fantastici, le cui forme nascono dall’assemblaggio di elementi naturali: radici, cortecce, funghi, licheni, frammenti di pietra. Alcuni sono racchiusi in teche, al modo di antichi altaroli portatili o di reliquari; altri si dispongono liberamente su basi lignee.
Nei suoi presepi due tipologie si alternano. Alla prima appartengono i presepi dove l’elemento paesistico prevale, mentre nella seconda è l’elemento architettonico a dominare. Nei presepi “paesistici” è l’assemblaggio degli elementi naturali di partenza a orientare i criteri di organizzazione del materiale. Molto più importante del disegno è qui la sensibilità analogica dell’artefice.
Nei presepi “architettonici” il progetto gioca un ruolo più importante e il materiale impiegato è interamente artificiale.
Il polistirolo espanso, se è restio a evocare, accetta docilmente di lasciarsi camuffare, acquisendo alla fine esso stesso una capacità evocativa che sembrava impensabile.
Nei presepi della prima e della seconda tipologia sembra ricorrere una morfologia accidentata, a volte impervia e inquietante. Se si potesse estendere anche all’architettura dei borghi le metafore della geologia, ne risulterebbe un’architettura altrettanto affascinata da instabili equilibri. Ma sono le atmosfere sospese a predominare alla fine, e il silenzio notturno delle distese innevate infonde sensazioni di raccoglimento e di quiete ingannevole alla fiumana delle esistenze.
Innumerevoli sono le figurine disseminate nei paesaggi dei presepi. Innumerevoli le positure, le attitudini, le fogge dei vestiti. Non hanno la perfezione dell’artigianato napoletano. Ma le loro imperfezioni, forse conferiscono loro una più segreta forza evocativa.
La Natività non occupa nei presepi di Valentinis il luogo privilegiato. Non appare mai in primo piano. Si annida in disparte. Va ricercata, come la ricercano molti di quelli che si sono messi in cammino, mossi spesso da tutt’altre cure. Non è vero che tutti i cammini si arrestino sulla sua soglia. I più procedono ai suoi margini e si aggrovigliano nel gelo, nella neve fonda, nel buio della notte. Molti non si accosteranno mai alla mangiatoia. Alcuni cadranno esausti ai piedi di un grande albero scheletrito. Altri continueranno, gravi di some, ansanti, a inerpicarsi, a perdersi. A incontrarsi, ad allontanarsi, a disperdersi. Ma la stella cometa risplende, e vi sono Angeli in volo, nel buio della notte nevosa.
Potrebbe sembrare un facile, forse futile, esercizio di psicologia reattiva, quello di cercare, nella moltitudine, un “alter ego”. Con lui vagare, con lui incespicare, scivolare, provare freddo, sete, fame. Con lui approssimarsi alla grotta, mentre il fiato si rapprende fuori dalle labbra socchiuse. Rinascerebbero forse antiche parole, quasi dimenticate. E il senso profondo di una antica attesa, il suo meraviglioso, segreto sgomento: il timore forse di riprovarne l’incanto.

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