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Sulle tracce dei Re Magi

PREGHIERA IMM

DI LÀ DE AGHE di Gianni Colledani

L’evangelista Matteo è il primo a parlarci di alcuni màgoi ap’ anatolòu, magi venuti dall’Oriente che seguono la stella chiomata che splende sopra Betlemme. Cronologicamente siamo tra il 7 e il 6 a.C.. Chi sono questi màgoi? Sacerdoti, veggenti, astrologi babilonesi o caldei? Erano tre, ed erano re? Da dove venivano? Chi dice dalla Persia e chi ancora dall’India. Non lo sapremo mai, anche se, nell’iconografia tradizionale, sono straordinariamente simili al dio-re Rama e ai suoi due regali fratelli del pantheon indoiranico.
Secondo la tradizione il primo si chiama Melchior, vecchio e canuto, il secondo Caspar, giovane e imberbe, il terzo Balthazar, nero di pelle e barbuto e portano in dono al Bambin Gesù oro, incenso e mirra.
Sarebbe stata l’imperatrice Elena, la madre di Costantino, durante il suo celebre e fortunato viaggio a Gerusalemme, dove peraltro aveva rinvenuto la Vera Croce, a trovare le reliquie dei magi e a traslarle in Santa Sofia a Costantinopoli.
A cavallo tra VI e VII sec., grazie a un avveduto vescovo milanese, Eustorgio, (così si racconta) esse arrivarono a Milano e furono collocate nella chiesa che in seguito gli fu intitolata. Chiese, abbazie e comunità facevano a gara per possedere le reliquie più significative del primo cristianesimo. Il vorticoso traffico garantiva un sicuro prestigio a chi le possedeva e andava ad alimentare un poderoso business. Il femore di un martire, il teschio di un santo, il dente di un beato, un frammento della croce, un capello della Vergine, una piuma dell’arcangelo Michele poteva garantire la fortuna di una intera città.
Ancor oggi, se tirate su gli occhi sulla cuspide del campanile di Sant’Eustorgio, vedrete, anziché la consueta croce, una stella a otto punte, segnale inequivocabile che lì sotto c’era il sepulcrum trium magorum, l’arca in pietra dei tre Re Magi. L’arca c’è ancora ma non ci sono più le reliquie che sono finite a Colonia. Ma là, come ci sono arrivate? Nel 1164, col beneplacito di Federico Barbarossa, che aveva appena distrutto Milano, rea di essersi ribellata all’autorità imperiale, il suo arcicancelliere e arcivescovo di Colonia Rinaldo di Dassel, svuotò il sepolcro dei magi e ne trasportò i resti nella città tedesca col proposito di fare di Köln, la romana Colonia Claudia Ara Agrippinensium, un importante centro di pellegrinaggio, peraltro già valorizzato dal culto di sant’Orsola e delle “Undicimila vergini” e dalla vicina Aquisgrana dove si veneravano le spoglie di Carlomagno.
Rinaldo, col suo prezioso carico, mosse da Milano il 10 giugno 1164. Toccò Vercelli e Torino, passò il Moncenisio e transitò per Borgogna, Lorena e Renania. A Colonia arrivò il 23 di luglio scendendo comodamente lungo quella straordinaria autostrada d’acqua che è il Reno. Un bel viaggetto di circa 1300 km compiuto in 43 giorni.
L’itinerario in sé non ci interesserebbe più di tanto se non fosse che molti siti e chiese tra Italia, Svizzera, Francia e Germania si vantano di aver ospitato il corteo che trasportava le sante reliquie. A distanza di tanti secoli, non si contano alberghi e locande che, in quell’area e nelle rispettive lingue, si denominano “Ai tre re”, “Alle tre corone” (tre corone figurano anche nello stemma municipale di Colonia), “Alla stella”, “Alla stella d’oro” (la stella, proprio in ricordo dei re-pellegrini, era il simbolo della corporazione degli albergatori), “Al moro”, “Al morello”. Le reliquie furono deposte nella chiesa di San Pietro che, più tardi, sarebbe stata trasformata nella splendida cattedrale che oggi conosciamo. Oggi sono racchiuse in un preziosissimo scrigno in argento dorato, opera dell’orafo Nicola di Verdun, che attira giornalmente l’attenzione di migliaia di fedeli-turisti-curiosi, anche cinesi e giapponesi.
A partire dalla fine del XII sec. queste reliquie alimentarono un flusso imponente di pellegrini dalla Francia, dal mondo germanico e scandinavo, dalla Boemia e dalla Polonia e, naturalmente, dal Centro-Nord Italia. Vari documenti ci attestano che alcuni mossero anche dal Friuli come quel ser Anziletto che partì da Spilimbergo dopo aver fatto testamento in data 7 maggio 1373.
Sebbene non si sappia chi fossero in realtà questi màgoi pagani, da dove venissero, se erano tre e se erano re, i Re Magi vivono ancora tra di noi.
In Germania le iniziali dei loro nomi CMB (Caspar, Melchior, Balthazar) si scrivevano col gesso sulla porta della casa il giorno dell’Epifania per tutelarsi contro streghe e altre diavolerie. In Francia si usava questo scongiuro per fermare un cavallo imbizzarrito: Caspar te tenet Balthazar te ligat Melchior te ducat, ovvero Gaspare ti frena, Baldassarre ti lega, Melchiorre ti guidi.
In Italia, quando si giocava “alla cavallina”, (ben ricorderete che un bambino stava in piedi col dorso chino e altri, in ordinata fila e a turno, lo scavalcavano a gambe divaricate per atterrare oltre) i concorrenti, per ognuno dei dodici passaggi, dicevano ad alta voce: “Uno bruno, due bue, tre re …” e guai a ingarbugliare la sequenza, pena l’esclusione dal gioco.
Una cultura, questa dei Re Magi, che oscilla tra Oriente e Occidente, vitalizzata da radici lontane e profonde e che, anche nell’era di internet, ancora sopravvive e ci guida come una stella cometa.

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