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Salici e vimini: una bella storia di contaminazione tra natura, agricoltura e industria

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L'ARTE E IL TERRITORIO DEL FRIULI A CURA DI GABRIELLA BUCCO

In questo periodo in cui l'inverno cede lentamente alla primavera, il paesaggio friulano si anima di improvvise macchie di colore: gli alberi e gli arbusti di salici preparandosi al risveglio primaverile assumono cromatismi fauves. Il salix alba, nella sottospecie vitellina presenta rami giallo aranciati, mentre il salix purpurea assume i toni del rosso porpora in gara quasi con il corniolo sanguinello. I rami dei salici oltre ad avere una valenza estetica paesistica, erano fino alla prima metà del '900 anche una risorsa economica importante per il nostro territorio. In Friuli il vimini era usato sia nei lavori agricoli, per esempio per legare le viti dopo la potatura, sia nella produzione di cesti, che così incrementava il reddito dei contadini. Il salice cresce infatti in Friuli con i suoi vari ibridi dalla pianura alla montagna e spesso vicino ai fossi si piantavano i vimini, che venivano coltivati a capitozza per produrre i rami utili alla manifattura dei cesti. Il dipinto la Mietitura (1893) (fig.1) dipinto da Giuseppe Vizzotto Alberti descrive il paesaggio agrario in cui i campi di grano sono delimitati da filari di salici capitozzati. Fin dall'inizio, dunque, l'industria dei vimini fu strettamente legata al mondo agrario, poiché per la loro elasticità i vimini erano impiegati per la legatura delle viti come si può notare in uno splendido quadro di Enrico Ursella (Buja, 1887-ivi, 1955) formatosi a Venezia e diventato apprezzato pittore del Friuli rurale, espresso con una grande sensibilità al colore alla luce. Il quadro rappresenta la Potatura delle viti (1923-1924) (fig.2) e vi si nota chiaramente un contadino che lega i rami della vite con i vimini rossi. Questa non è però l’unica utilizzazione in agricoltura: i salici sono importanti specie mellifere poiché le loro infiorescenze che fioriscono precocemente offrono alle api nettare e polline in periodi in cui mancano altre fioriture. E se non bastasse sono anche particolarmente adatti alla protezione del suolo non solo nei ripidi pendii montani, dove i graticci cordonati sono utili per la sistemazione dei terreni franosi, ma anche per il consolidamento delle rive dei fiumi. Questo ambiente naturale fatto di acque e di salici, oggi fortemente compromesso, viene raffigurato anche in un famoso quadro di Ferruccio Scattola che rappresenta la Santissima sulle risorgive del Livenza. (fig.3) Un paesaggio che oggi è stato fortemente manomesso, mentre gli alberi non più curati sono cresciuti in altezza, rendendoli inutilizzabili per i fini agrari. I salici crescono rapidamente, ma sono facilmente attaccati da insetti e da funghi e quindi stanno diventando sempre più rari in un paesaggio agrario che sta perdendo la sua tipicità nella generale indifferenza. fig. 1 Giuseppe Vizzotto Alberti (Oderzo 1862-Venezia, 1931), La Mietitura, 1893, olio su tela, cm. 70x110. fig. 2 Enrico Ursella (Buia, 1887- ivi, 1955), La Potatura , 1923-1924, olio su tela, cm. 107x88. 10 L’industria del salice Non meraviglia dunque che la lavorazione del vimini fosse stata avviata all'inizio proprio nello Stabilimento Agro Orticolo di Giuseppe Rho che con Gregorio Braida e Edoardo Tellini nel 1886 iniziò la fabbrica di oggetti di vimini e canna d'India. I vimini erano raccolti nei greti dei fiumi Tagliamento, Cellina e Meduna e, come era consuetudine, l'Industria friulana dei Vimini aveva iniziato a partecipare alle esposizioni con lo scopo di farsi conoscere e migliorare la produzione confrontandosi con realtà più evolute. Un salto di qualità fu dato dall'agronomo Gabriele Luigi Pecile, che nel 1888 auspicò un diverso metodo di gestione: nelle zone rurali si sarebbe incrementata la coltivazione dei salici e la produzio - ne dei vimini, mentre Udine avrebbe potenziato il laboratorio. Il 2 marzo 1889 fu proprio Domenico Pecile a mettersi a capo della nuova Società friulana per l’Industria dei vimini, che promosse la coltivazione, l'acquisto e lo smercio del vimini, gestendo uno stabilimento in Udine in grado di completare i semilavorati e di produrne di nuovi. Nel 1889 fu anche edito un primo catalogo che oltre ai cesti, ai portafiori, ai porta giornali e ai tavolini da lavoro, proponeva giocattoli e carrozzelle per bambini e mobili, costituiti dai salottini composti da divano poltroncine e tavoli. (fig.4) La Società espose i suoi prodotti nel 1903, 1907 e nel 1911, occasione in cui fu edito un bellissimo catalogo di gusto secessionista. Dopo lo sconquasso prodotto dalla guerra si tentò, senza successo, di riaprire le scuole dei cestai accogliendo un certo numero di mutilati di guerra, ma il legame tra scuola e industria si era definitivamente spezzato. Nel 1924 i signori del Cont e Tomada rilevarono la ditta, che nel 1925 fu acquistata da Giovanni Gervasoni che la denominò Società Friulana per l'Industria dei Vimini, G. Gervasoni e &.. Sotto la guida di Giovanni Gervasoni la ditta si modernizzò, abbandonando la produzione dei cesti a favore dei mobili disegnati da architetti di fama come Cesare Scoccimarro e Ottorino Aloisio. (fig.5) Fin dalla metà degli anni Venti, la Società Friulana per l'Industria dei Vimini collaborò all'arredo delle navi varate dal cantiere di Monfalcone, ottenendo l'appalto per i mobili delle verande e passeggiate coperte. Nel 1956 fu aperto il nuovo stabilimento in via Gervasutta e nel 1958 l’entrata in azienda di Pietro Gervasoni (1939-2015), figlio di Giovanni, aprì una nuova stagione di rinnovamento. Fondatore della Germa iniziò a collaborare con i designer Werther Toffoloni e Piero Palange orientando la produzione verso l’essenzialità del disegno scandinavo. Nel 1998 il marchio Germa fu unificato di nuovo a quello di Gervasoni che iniziò con l’arch. Paola Navone una produzione con forme e materiali nuovi, che dell’antica lavorazione dei vimini mantiene solo l’intreccio. Dai salici ai vimini e dai cesti ai mobili di design, i vencs narrano così ogni primavera una bella storia in cui agricoltura, paesaggio e industria si integrano in modo complementare.

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