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Racconto e testimonianza di un minatore

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Alle miniere, accertato il mio stato di buona salute, mi venne subito assegnato l'orario di lavoro, dalle 14 alle 22, insieme alla profondità: 920 metri

STORIE DI VITA VISSUTA A CURA DI ALFREDO BARAZZUTTI

Era la primavera del 1948 quando seppi che il Belgio chiedeva all'Italia minatori per l'estrazione di carbone, fu allora che feci domanda. Nell'autunno mi chiamarono per la visita medica e poco dopo ero in viaggio, destinato alla miniera Andree Dumont nell'Imbourg. Alle miniere, accertato il mio stato di buona salute, mi venne subito assegnato l'orario di lavoro, dalle 14 alle 22, insieme alla profondità: 920 metri. L'indomani presi posto assieme a italiani, polacchi e tedeschi sull'ascensore e iniziai la vita infernale della miniera. Durante i primi mesi non riuscivo a credere che l'uomo potesse sopravvivere a un tale inferno, a quei novecento e più metri sopra le spalle, che non ci davano la certezza di risalire. Spesso qualcuno rimaneva là sotto, schiacciato da una frana o soffocato dal grisù e i corpi non uscivano dalle cave. Dopo cinque anni di carbone e cunicoli il vigore, la forza fisica, mi andavano abbandonando e più mi lasciavano, più mi aggrappavo alla fede, mi dicevo: "Coraggio Fredo, Gesù ha sofferto ben più di questo!". Nel lager pregando trovavo serenità e con rassegnazione proseguivo giorno dopo giorno, chiedendo al Signore di lasciarmi l'energia per non mollare. Però, devo dire la verità, mi sembrava che non mi ascoltasse perché le mie condizioni e quelle degli altri minatori si aggravavano. Nonostante tutto, l'esperienza avuta nel lager mi ricordò che nel momento peggiore sarebbe intervenuto, e così fu. Era sera, a fine lavoro, quando giunto nella galleria caddi a terra e per quanto lo desiderassi, non trovavo le forze per rialzarmi. A quel punto, disperato, quasi gridai: "Signore, come tu vedi non ce la faccio più! Da domani ti prego aiutami o prendimi!". All'istante mi trovai in piedi, sollevato da una misteriosa forza mentre una gioia inaspettata mi fece scoppiare in pianto e piangendo camminavo lungo la galleria, senza percepire quella stanchezza che per anni mi portavo addosso a fine giornata. Ero felice, sapevo che non bisogna mai disperare perché nel momento peggiore della vita il Signore è presente e vicino a chi crede. Rivivo spesso la felicità di quel momento e mi dico che il Signore non dà una cosa per poi toglierla. Auguro dal profondo del cuore a ogni persona che abbia a sperimentare la reale presenza del Signore. Quella sera rientrai all'hotel dove abitavo con altri cinque miei compagni. Ero un po’ in ritardo rispetto al solito, ma la cosa più bella fu che rimasero stupiti della mia contentezza. La grazia di Dio si vedeva a colpo d'occhio e andai a letto senza neppure cenare. L'indomani ero sull'ascensore un quarto d'ora prima di tutti i minatori. Era mia abitudine fare così tutti i giorni. Lì, solo e tranquillo, pregavo Dio per me e i miei poveri compagni. All'ultimo momento, prima di scendere nella gola di carbone, arrivavano gli altri e tutti stipati aspettavamo in piedi davanti al cassone per cominciare la giornata. Ma quella mattina venne presso il nostro gruppo di sessanta minatori un ingegnere tedesco che, a gran voce, chiese al nostro capo Jacque un uomo per ricoprire una mansione. Quello subito si prodigò a proporgliene alcuni, ma il germanico li rifiutava uno dopo l'altro finché posò gli occhi su di me e con un "Kom kom", mi ebbe davanti. "Tu da oggi starai dove ti dico io" aggiunse in tedesco e io dentro me ringraziai il cielo. Mi accompagnò in un nuovo filone, sempre a 920 metri di profondità, dove c'era un motore all'imbocco che, azionato, faceva girare un cinghione portando fuori dalla fossa il carbone, un lavoro meno faticoso e mortale rispetto al mio solito. Mi diede istruzioni sul suo funzionamento e se ne andò. Tornò tre giorni dopo, per sincerarsi che tutto fosse in ordine e mi chiese come stavo; naturalmente lo ringraziai e aggiunsi: "Perché proprio io posso stare qui, così ben sistemato?". Mi spiegò che quel mattino una voce dentro di sé gli aveva suggerito di andare da Jacque: "Là è l'uomo che cerchi". E quando mi vide capì che quell'uomo ero io. Parlava in tedesco, mi chiese di dove fossi. Stupendosi che un italiano capisse così bene la lingua, gli risposi che ero stato prigioniero a Stammlager 2° EE 940. "Mistero! - esclamò - io pure ero là prigioniero come te". E se ne andò via dandomi una pacca sulla spalla. “Mistero”, disse lui. No, nessun mistero dico io. Dio non fa le cose a metà.

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