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La stagione primaverile si veste di colori, di suoni e di tradizioni

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DALLA VALCANALE di Raimondo Domenig

Una frizzante arietta spira dai monti ancora imbiancati nei profondi canaloni e la natura si desta dal lungo sonno invernale, irrompendo in valle con i colori pastello della primavera e con i suoni melodiosi di uccellini in volo. Spesso, ahimé, la stagione si dimentica di manifestarsi in tutta la sua delicata bellezza. Talvolta piogge e improvvise gelate incrinano lo scenario della fioritura degli alberi da frutto o della pasciona degli abeti. La primavera dalle due facce non intacca, però, l’attaccamento degli abitanti alle inveterate tradizioni locali, alcune delle quali sicuramente praticate già al tempo dei Celti.
Meritano la descrizione alcune singolari ritualità che tuttora segnano il periodo della transizione primaverile e caratterizzano la vita comunitaria della vallata. In gran parte accompagnano da centinaia di anni il calendario religioso.
Il periodo pasquale è caratterizzato da liturgie, benedizioni, credenze, presagi e cibi tradizionali. Molte usanze sono poco note o addirittura scomparse. Curioso e ricco di significati è l’alberello della domenica delle Palme, esibito dai bambini su un bastone alla benedizione sul sagrato quale singolare oggetto scaramantico. Si chiama “praitl”, “Palmbusch”, “palma”, “mazzo di palma” e sostituisce, con alcune varietà di rametti autoctoni, le foglie di palma della tradizione cristiana. Piccole fronde in veste primaverile vengono legate al bastone a formare una corona di ramoscelli di ginepro, di gattici, di nocciolo, di lantana. Come elemento di contaminazione non manca tra profano e sacro il rametto d’ulivo della tradizione religiosa. In realtà le essenze dovrebbero essere molte di più, a significare gli elementi naturali, l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco e anche lo spirito, l’anima e il corpo dell’uomo. Forse la presenza insufficiente in zona di essenze significative giustifica la composizione con soli cinque elementi. Un tempo l’alberello veniva addobbato con prodotti della terra. Oggigiorno non manca la concessione all’estetica e ai dolci desideri dei bambini. Dopo la benedizione è destinato a essere spogliato proprio da loro. Tra nastri colorati, le uova dipinte, le mele, le arance, i fichi, in tempi passati di guerra perfino le carrube, le caramelle, i cioccolatini e i dolcetti diventano il prezioso bottino dei bimbi.
Per gli adulti ciò che conta è che del praitl si faccia un uso appropriato. Va posato sotto il colmo del tetto della casa o della stalla per scongiurare il fulmine o, magari, la presenza dei ladri. Nelle poche famiglie contadine del luogo va disteso sulla soglia della stalla all’uscita degli animali che agli inizi di giugno s’avvieranno alla monticazione; va anche piantato nel campo seminato o nel prato di montagna come auspicio per un ricco raccolto e un’abbondante fienagione. Anche i tradizionali cibi pasquali, portati a benedire in chiesa la vigilia di Pasqua, avvolti in splendidi lini ricamati, hanno una loro lunga e consolidata tradizione, dallo Schinken, roseo prosciutto di maiale leggermente affumicato, agli insaccati come salsicce e lingua affumicata, al rotolo di pane dolce o Raindling, alle tradizionali uova colorate. Sono le pietanze di una sostanziosa merenda o Jause propiziatoria con cibi benedetti.
Alla vigilia del 1° maggio entra poi in gioco l’alacrità dei neodiciottenni nell’esercizio di antichi lavori boschivi. Ragazzi e ragazze in costume tradizionale tagliano, sramano, scortecciano, addobbano, sollevano con sistemi dal tradizionale al moderno il rinomato albero d’abete, la “maja” o Maibaum, fruendo dell’aiuto di adulti esperti. Con i suoi 20 e più metri d’altezza l’abete, privato della corteccia fino agli ultimi rami della cima, viene addobbato con un gran festone tondo di rametti e di nastri colorati, diventando nell’intima festa paesana il protagonista assoluto accanto al campanile del paese. Lo slanciato e svettante simbolo arboreo rappresenta la forza poderosa di rinascita della natura e assieme ad altre tradizioni minori archivia l’invernale albero di Natale. Il rito in uso in alcuni paesi (Malborghetto, Camporosso, Coccau) si ferma al confine etnico - linguistico di Pontebba e muta significato sul territorio italico nel più comune simbolo della sagra paesana, l’albero della cuccagna. La rimozione della maja, prescritta un tempo la sera della vigilia del Corpus Domini, viene ora procrastinata per dar modo agli ospiti dei weekend o delle sagre paesane di ammirare l’imperioso totem, fissato nel terreno, a riaffermare le forze segrete di fertilità della natura e dell’amore. Più oltre, nell’Europa orientale e settentrionale il rito della maja si avvale di piante e di modalità d’effettuazione diverse, dagli esili alberelli della Pannonia ai poderosi totem tedeschi. Qui il tronco viene dipinto ed esibisce a varie altezze le testimonianze dell’attività e dell’operosità locale.
In valle il tronco si presenta invece nudo e l’esposizione all’aria indurisce le sue fibre. La maja, fornita dalla forestale o da consorzi vicinali locali, finisce di svolgere il suo ruolo come legname da opera. La sua vendita ricompensa i giovani “della classe” in un gioioso convivio. Tavolette colorate a forma di cuore resteranno a ricordare l’anno e i nomi dei protagonisti del rito.

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