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Il Natale anni ’30 di Ida Sello di Gabriella Bucco

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L'ARTE E IL TERRITORIO DEL FRIULI di Gabriella Bucco

Un Natale intimo e incantato quello che ci propone la raccolta di Ida Sello, una delle tante personalità dimenticate della nostra città. Nacque nel 1890 da Maria Croattini e Giovanni Battista Sello, che nel 1868 aveva fondato una falegnameria in via Gemona, che sarebbe diventato il più importante mobilificio di Udine. Ebbe sede prima in via Portanuova e successivamente in Piazza I Maggio, che poi fu donata al Comune di Udine da Angelo e Antonino Sello per farne una scuola d’arte. Ecco la ragione per cui il Liceo Artistico, in cui si è trasformato l’Istituto d’Arte, reca il nome del capostipite e la data 1868, laddove l’edificio si data invece al 1910. Quella dei Sello era una famiglia patriarcale, che abitava nell’edificio tuttora esistente di via Portanuova, caratterizzato dagli infissi in legno in perfetto stile Liberty e dove Maria Sello, nipote di Ida, gestisce tuttora un laboratorio di tessitura artistica. Tutti i fratelli di Ida erano entrati a lavorare nel mobilificio paterno ognuno con un suo ruolo preciso: Angelo (1881-1973) come progettista e titolare dell’impresa dopo la morte del capostipite, Luigi come tappezziere, Antonino come ebanista ed esperto in vernici, Enrico come fabbro bronzista delle piastre decorative dei mobili, Umberto come decoratore e Giuseppe come geometra. Nella bottega non era previsto un ruolo per una donna, ma Ida nel suo appartamento decorato da papaveri rossi si inventò un lavoro a sua misura: la vendita di articoli di cartoleria e di giocattoli didattici, talora realizzati in legno dai suoi familiari.
Dopo la prima guerra mondiale, nelle stanze di Ida c’era un continuo via vai di maestre alla ricerca di supporti scolastici innovativi e Ida Sello aveva iniziato a collaborare con la direzione di Udine dell’ONAIRC. L’Opera nazionale di Assistenza all’Infanzia delle Regioni di Confine, fondata nel 1919, doveva promuovere l’educazione della prima infanzia nelle scuole materne delle “terre redente” e fu soppressa nel 1977.
Ida Sello si procurò libri di lettura dalle migliori case editrici italiane e i cartelloni per apprendere l’alfabeto e i numeri che venivano appesi in tutte le classi scolastiche. Mise del suo meglio per rifornirsi di materiali utili per festeggiare il Natale in tempi di assoluta sobrietà, dove l’immaginazione, la fantasia e il sogno rendevano vive le immagini. Come tutta la sua famiglia anche Ida ricercava la qualità e si riforniva molto in Germania per le sue lettere, cartoline e immagini da ritagliare. Probabilmente aveva seguito fin dagli anni Venti il fratello Angelo nei suoi viaggi in Germania, dove andava a studiare le mostre e si riforniva di materiali, come i vetri e tessuti.
Una mostra allestita dal 6/12/2016 al 22/01/2017 presso il Museo Etnografico del Friuli a Udine dal titolo emblematico Semplici immagini per la Grande Festa offre una campionatura delle carte illustrate rimaste nell’archivio Sello. Sono state stampate a cromolitografia tra gli anni ’20 e ’30 tra Berlino, Amburgo e Lipsia e si possono suddividere più che cronologicamente a seconda dei soggetti.
Vi sono raffigurati numerosi Babbi Natale, che come oggi immaginiamo corpulento con una veste rossa e una lunga barba bianca. È una invenzione relativamente moderna, anche se ha le sue origini nel culto di San Nicola di Bari vescovo di Myra, celebrato il 6 dicembre. Apre così le celebrazioni legate al solstizio d’inverno e porta doni ai bambini di cui è protettore, infatti è celebre per i suoi doni, come le palle d’oro lasciate in dote a 3 povere ragazze e che sono divenute il suo attributo. Dal Mediterraneo il suo culto si diffuse nel nord Europa e come Santa Klaus emigrò anche negli Stati Uniti per ritornare in Europa insieme con la Coca Cola.
Anche Angeli conturbanti, lontani eredi delle donne fatali liberty, fanno parte della raccolta Sello, spesso raffigurati mentre addobbano alberi di Natale, nel contrapposto cromatico di bianco opposto al verde. L’albero da sempre è stato inteso come elemento di comunicazione tra mondo terreno e celeste, associato ai riti della fertilità. La Bibbia parla dell’albero del Bene e del Male nel Paradiso terrestre e la pittura veneta simboleggia con alberi secchi contrapposti ad altri rigogliosi il mondo prima e dopo la venuta di Cristo. Nei paesi nordici gli abeti sempreverdi assunsero sempre un significato magico e connesso con i riti della luce: rami di vischio dalle palline bianche e rami di abete decorati con frutti e candele propiziavano l’allungarsi delle giornate. Logico pensare che l’albero di Natale nascesse proprio in area germanica e Tannenbaum (abete in tedesco) è un canto natalizio del XVI secolo, musicato nel 1819 a Lipsia, che così recita facendo riferimento proprio al suo essere sempreverde «Oh Tannenbaum, Oh Tannenbaum wie grün sind deine Blätter, du grünst nicht nur zur Sommerzeit. Nein auch im Winter wenn es schneit, Oh Tannenbaum, Oh Tannenbaum..» (Oh Tannenbaum, come sono verdi i tuoi aghi, tu sei verde non solo d’estate, no anche in inverno quando nevica…).
In Italia comunque l’Albero di Natale fece una comparsa tardiva, Elena Colle mi rammentava che ad Artegna negli anni ’50 il suo era l’unico esemplare del paese, poiché in Friuli e in Italia prevaleva il presepe. Numerosi sono quelli ritagliabili di Ida Sello: sempre in cromolitografia erano parte della didattica elementare fino agli anni ’50. Stampati con linguine erano ritagliati dai bambini e poi ricomposti anche su due o tre livelli in modo da suggerire profondità. I presepi germanici si distinguono poiché i paesi sono innevati e con edifici gotici, mentre quelli italiani ripropongono la vegetazione mediterranea e hanno ambientazioni esotiche. Ne sono prova i cammelli dei Re Magi, i cui resti furono trasportati dal Barbarossa da Milano al Duomo di Colonia.
La scena della Natività decorava anche delle deliziose carte da lettera usate dai bambini per esprimere i loro desideri a Gesù Bambino: sono stampate con cura e a rilievo in modo da suggerire gli ornati dei merletti e spesso vengono decorate con lustrini o dorature assomigliando ai santini ottocenteschi o alle carte con cui in Germania si confezionavano piccoli mazzi di fiori con spezie profumate. Piccole preziosità di un tempo irrimediabilmente passato e di un Natale comunitario e intimo.

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