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Il genio meccanico di Giannantonio Santorini (1754-1817)

Filanda

Particolare di uno dei disegni della "Nuova macchina per la trattura della seta".

DI LÀ DE AGHE di Gianni Colledani

Tra la fine dell’ ‘800 e la metà del ‘900 Spilimbergo fu una delle capitali friulane della seta. Vi operavano infatti due filande: la Filanda Vecchia di Giacomo Mongiat e la Filanda Nuova (Industrie Seriche Friulane) di Giulio Ciriani e soci; due stabilimenti per la confezione di seme bachi: lo Stabilimento Bacologico di Giulio Ciriani (dal 1934 di Giovanni Marchi e Domenico Stival) e l’Industria Bacologica Friulana di Guido Chiesa; e l’Essiccatoio Cooperativo Bozzoli diretto da Paolo Sozzini.
Ma tra i tanti imprenditori del settore forse nessuno è stato più grande di Giannantonio Santorini, un autentico pioniere dell’industria serica, vissuto a Spilimbergo tra il XVIII e il XIX sec.
Nel 1809, durante la reggenza napoleonica, inventò una macchina rivoluzionaria per la trattura della seta. Ne ebbe encomio solenne dallo stesso Napoleone che, in segno di riconoscenza, gli donò la quasi totalità dei beni ex Balzaro e, a spese dello Stato, presso la Stamperia Reale di Milano, pubblicò i suoi ponderosi studi minutamente descritti e illustrati in un libro di 136 pagine che divenne presto, e restò per almeno un ventennio, un best seller dell’imprenditoria serica.
Ovviamente, della sua invenzione si appropriò, senza tanti riguardi, il governo francese per sfruttarla a Lione, la capitale delle filande, al fine di contrastare lo strapotere degli inglesi nel settore. Si può dire che Santorini subì un vero esproprio. Per la serie orate pro me, ovvero  liberté, égalité, tutto a me e niente a te.
Il titolo completo del libro è: Nuova macchina per la trattura della seta, descritta per commissione di S.E. il Signor Ministro dell’Interno del Regno d’Italia. Per la cronaca, il ministro era Ludovico Arborio di Breme.
Giannantonio nacque a Spilimbergo l’8 giugno 1754 nella ricca famiglia dei Santorini ed ebbe per padrini Alvise e Francesco dei Signori del luogo. I Santorini sono una notissima famiglia veneziana di medici, architetti e notai che prende il cognome dall’omonima isola greca nell’Egeo (l’antica Thera, poi Sant’Irene/Santirinì). Da qui, agli inizi del ‘500, si era trasferita nella città lagunare. Un ramo di essa si impiantò a Spilimbergo nel 1594 con Antonio Isidoro il cui figlio Giandomenico “speziale eccellentissimo” fondò una farmacia, tuttora esistente in corso Roma, 40, sotto il titolo di “Alla carità”.
Il giovane Giannantonio fece, probabilmente a Padova, studi di architettura, medicina, fisica e botanica rivelando altresì non comuni doti di perspicacia nelle arti edili (fu tra l’altro il progettista del Teatro Sociale ricavato dal Palazzo della Loggia). Ma soprattutto era versatile nelle arti meccaniche, cosa che gli fu di grande aiuto nella realizzazione dei suoi progetti. Insomma, era un uomo dal multiforme ingegno. Siôr Zuantoni, visto che tutti approfittavano della sua invenzione per fare soldi, pensò bene di farsi un filatoio per conto proprio e, tra le attuali vie Simoni e Santorini, creò il suo opificio che, grazie anche agli sforzi del figlio Pietro, restò aperto fino agli inizi del ‘900. Era azionato da forza idraulica grazie a un congegno ideato e realizzato da tale Pietro Sarcinelli che era riuscito a portare l’acqua della roggia che scorre davanti alla chiesa dei Frati all’interno del filatoio. Al Santorini non mancarono le giuste soddisfazioni ma la fama raggiunta, specie negli ultimi anni di vita, gli suscitò contro invidie e malumori. Fu uomo animato da vera generosità, che manifestò in tanti modi a pro di bisognosi ed emarginati.
Giannantonio morì il 28 giugno 1817 di tifo e fu sepolto all’interno della vicina chiesa dei Frati dietro speciale autorizzazione.
Nel 1874 si costituì in Spilimbergo un Comitato che si proponeva “di innalzargli un modesto monumento nella piazza del suo paese natio” con i proventi derivati dalla ristampa del suo famoso libro. Non se ne fece nulla perché l’idea del Comitato, pur presieduto dal sindaco avv. Lepido di Spilimbergo, rimase allo stadio di pia illusione. C’è da augurarsi che, pur con un imperdonabile ritardo di 200 anni, la Municipalità provveda a collocare da qualche parte in città almeno una targa in ricordo del suo genio meccanico.

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