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Il fascino del mondo sotterraneo dagli uomini preistorici ai moderni esploratori

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VIAGGIO NELLE MERAVIGLIE NASCOSTE DEL FRIULI di Giuseppe Muscio

Conoscere, divulgare, tutelare: sono tre azioni che hanno un preciso significato e una rigorosa successione temporale. Per il mondo della speleologia queste costituiscono tre parole guida nella passione che contraddistingue chi frequenta queste meraviglie sotterranee: le grotte sono infatti ambienti di particolare importanza e di notevole delicatezza, in Friuli sono oltre 4000 le grotte fino ad ora esplorate ognuna delle quali con una caratteristica particolare. Tuttavia la visita a queste cavità è riservata, generalmente, alle poche persone che le frequentano: gli speleologi appunto.
La speleologia pare quindi un’attività riservata a pochi, spesso non per le difficoltà delle esplorazioni, ma solo per ragioni di passione e interesse, è un’attività che - come poche altre forse - riunisce avventura, sport e ricerca scientifica. La prima molla che spinge uno speleologo è certamente la curiosità, la ricerca dell’ignoto, la possibilità di scoprire un luogo inesplorato a pochi passi da casa. La speleologia è inoltre un’attività di gruppo e per tale ragione divertente, richiede capacità tecniche ma non prevede, fortunatamente, record o competizioni.
La speleologia nasce ufficialmente alla fine del XIX secolo nella nostra regione quando essa era ancora divisa fra Italia e Impero Austro-Ungarico. Per il Friuli sono le Prealpi Giulie meridionali a rappresentare il banco di prova di uomini come Musoni, De Gasperi, Lazzarini, Tellini, Gortani, Desio, Feruglio che, dotati di notevoli capacità esplorative e scientifiche, iniziano così le loro brillantissime carriere. A questi uomini si sono ispirate generazioni di esploratori e ricercatori.
L’attività di questi esploratori e delle generazione successive di speleologi friulani si sono concentrate in quelle che sono aree carsiche di grande interesse a livello mondiale, come il massiccio del Monte Canin (diviso fra Italia e Slovenia) con ben più di mille cavità conosciute, alcune delle quali superano i 1000 metri di profondità  o l’area del Bernadia. Ma anche nelle Valli del Natisone vi sono numerose cavità che mostrano un aspetto particolare celando le tracce lasciate dagli abitatori di un lontano passato.
Fra queste certamente il maggior interesse paletnologico è quello del Riparo di Biarzo che ha ospitato l’uomo preistorico dal Mesolitico al Neolitico e anche successivamente, per semplificare negli ultimi diecimila anni. Si tratta di un riparo sottoroccia a due passi dall’alveo del Natisone fra San Pietro e Pulfero.
Maggiore però è il fascino della più nota cavità dell’area: San Giovanni d’Antro.
Se si segue la strada statale che da Cividale del Friuli conduce in Slovenia, poco dopo San Pietro al Natisone si trova un bivio a sinistra che conduce proprio al paese di Antro. Pochi minuti di cammino lungo una strada lastricata e si giunge alla caratteristica scalinata di pietra che consente l’accesso a quello che era il castello/eremo nella parete strapiombante.
Il primo tratto della cavità è stato modificato dall’uomo più volte: dal salone di ingresso si domina tutta la valle. Dal XV secolo una chiesetta, con rimaneggiamenti successivi, occupa questo vestibolo, ma dietro l’altare comincia il percorso turistico che penetra per circa 300 metri nelle viscere della montagna, superando laghetti e “vaschette” e seguendo l’andamento dell’antico ruscello che scaricava le acque raccolte dalle zone di assorbimento soprastanti. Ora l’acqua segue un percorso più basso e la grotta viene allagata solo in caso di forti piogge. Superata la statuetta della Madonna, inizia il percorso speleologico: oltre 4 km.
La cavità era conosciuta fino agli anni Settanta per alcune centinaia di metri, ma le esplorazioni del Circolo Speleologico e Idrologico Friulano hanno permesso in una decina d’anni di scoprire un nuovo e vasto reticolo sotterraneo.
Non si può negare però che accanto all’importanza speleologica di questo sistema sotterraneo, vi sia una rilevanza storica notevole.
San Giovanni d’Antro è il luogo più importante delle Valli del Natisone per quanto concerne la storia, e rappresenta il cuore della collettività che abita questi luoghi per religiosità, leggende, tradizioni e cultura. L’ampio ingresso domina strategicamente la media valle del Natisone e la strada che, fin dalla fondazione di Aquileia collegava il Friuli orientale con il Norico. Abitata forse già nella preistoria (ma non vi sono tracce certe), l’ingresso venne fortificato dai Romani.
Ben nota è poi la leggenda che narra la regina Vida convincesse Attila a togliere l’assedio alla grotta gettandogli l’ultimo sacco di grano, per dimostrare che aveva tali scorte alimentari da poter resistere ancora per lungo tempo. I Longobardi realizzarono le prime opere murarie dedicando una chiesa a San Giovanni Battista. I Franchi subentrarono ai Longobardi e nell’888 l’eremita che viveva nella grotta, il diacono Felice, ricevette dal re Berengario la proprietà della grotta e l’usufrutto dell’area circostante. Con il Patriarcato di Aquileia (1077) la Gastaldia d’Antro dipende dal Patriarca e iniziò per queste vallate un periodo con una limitata ma reale autonomia, regolata dalle Vicinie, dalle Banche d’Antro e di Merso e dall’Arengo.
Quando Venezia conquistò la Terraferma (1420) dispose il ripristino degli edifici cultuali della grotta, affidandone l’incarico, nel 1477, al maestro Andrej von Lach (Skofja Loka, cittadina presso Lubiana) che ristrutturò radicalmente la chiesa di S. Giovanni con le forme del Gotico sloveno.
Pochi sono i luoghi che possono unire interesse naturalistico e geologico, significato storico e grande fascino come questa cavità che domina le Valli del Natisone.
 

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