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Che fai tu luna in ciel

Galileo Sidereus Nuncius Immagini della Luna

SGUARDO E MEMORIA di Umberto Valentinis

Accade talvolta che i cieli disabitati del  moderno disinganno vengano visitati  dagli Dei, non perché una nostalgia di noi li spinga a ritornare dal esilio, ma perché siamo noi a risvegliarci per un momento dal dormiveglia della ragione in cui trascorriamo il tempo, e lo sguardo, distogliendosi dai mediocri monstruos che ha prodotto, si rivolge di nuovo alla loro presenza numinosa, e teme di riconoscerli. E di esserne riconosciuti.
Accade, talvolta. Ritornando a casa da una passeggiata sulle colline. Scendevano le ombre della sera; avevano già sommerso la cerchia dei monti a ponente, alle nostre spalle. A oriente la linea della pedemontana era prossima a fondersi con quella del cielo, che andava oscurandosi. Camminavamo taciti, nel silenzio della notte imminente. Quando un chiarore sembrò accendersi improvviso in prossimità di una sella, lungo la linea dei rilievi a levante. E subito divampò. Non un incendio, ma un vortice di splendore che saliva, rapprendendosi in un disco smagliante, come lanciato in cielo dalla mano di un discobolo divino. Dopo una breve ascesa rapinosa, il disco si fermò, al centro del cielo, come si spegne un’eco, e l’argento dorato del primo divampare era diventato ora una colata di piombo argenteo, che colmava i mari della sua tranquillità. E il cielo notturno sembrava un’emanazione del suo quieto fulgore: anche l’infinito brulichio delle stelle e il fiato rappreso della Via Lattea. Anche il nostro stupore silenzioso.
Ora risplendeva immobile, il disco della Luna Piena. E presto l’ombra  avrebbe iniziato a smangiarne i margini. E come sempre la Luna sarebbe calata e cresciuta: gobba a levante; gobba a ponente… E proseguita la misteriosa danza delle sue falci, dei suoi quarti, dei suoi pieni e dei suoi vuoti: più in alto, più in basso; più a ponente, più a levante; più dorate, più argentee: e la mutevolezza degli aloni. E l’improvviso spegnersi del suo remoto fulgore, come accecato, quando dal cielo scompare e sui calendari la sostituisce l’immagine della Luna nera.
Luna. Selene, Ecate, Iside… Dai tempi più remoti, i nomi più diversi hanno cercato di cogliere e di fissare le forme della sua enigmatica mutevolezza. I saperi più diversi hanno depositato sul suo splendore, stratificandoli e combinandoli lungo i millenni, i sedimenti dell’immaginazione e del pensiero più profondi e avventurosi. Senza che si smarrisse la traccia della meraviglia dell’origine. Senza che mai l’esplorazione, anche la più puntigliosa, perdesse il senso del mistero che stava indagando.
Ma cresceva, di concerto, la consapevolezza che l’indagine, nella sua ansia di accerchiare il suo oggetto sempre più da vicino, dilatava inesorabilmente i confini dell’autonomia che stava costruendo, magari ancora timorosa: e alla fine non si sarebbe  potuto eludere il destino di diventare  infedeli e traditori.
Il tempo della separazione è alle porte. La Pangea dei saperi inizia a incrinarsi e si frammenta. Il processo iniziato in sordina continua, quasi inavvertito dapprima, mitigato, contraddetto, anche, da oscillazioni e ristagni. Poi via via si fa più più rapido. Più radicale. Le profonde correnti analogiche che nel corso dei tempi avevano convogliato di alveo in alveo contenuti conoscitivi, immaginali, emozionali disparati, lentamente si inaridiscono o si inabissano. Dall’ecumene antica, della sua complessa  armonia-disarmonia, strutturata per grandi zolle immaginali e teoriche,  dove la mitologia, la cosmologia, la teologia, la filosofia, l’astrologia convivevano, contaminandosi incessantemente con le filosofie naturali con le speculazioni matematiche, geometriche, algebriche, iniziano a distaccarsi singole zolle, e vanno alla deriva. L’esodo degli Dei, dura da tempo. E molto a lungo durerà, prima che qualche visionario, dalle sponde del Neckar, dagli algidi silenzi di Sils Maria, ne soffra l’irreparabile esilio e osi invocarne il ritorno. E anche il potere del dio unico, onnipotente ed eterno, mostra segni di logoramento. E si arrocca, in difesa, nelle sue ridotte dogmatiche.
Ma è lungo, lento e tortuoso il cammino. Da quel 1543, quando a Norimberga compaiono le prime copie del De Revolutionibus orbium coelestium di Copernico, al 1609 dell'Astronomia Nova, alle Tabulae Rudophinae, all’Harmonices mundi di Keplero, al 1610 del Sidereus Nuncius di Galilei, per giungere infine a Newton. Il mondo fa fatica a riconoscersi nelle mappe che la cosmologia nuova gli sottopone. Rimuove lo sguardo. Si smarrisce nei labirinti del linguaggio matematico, che gradatamente si emancipa dalla traducibilità in parole, in immagini. Ammutolisce, la musica delle sfere. "Le silence éternel de ces espaces infinis m’effraye", scrive Pascal.  Anche le rigidezze della Teologia dogmatica, possono venire in soccorso, in un contesto culturale turbato da sommovimenti, come mai prima. Va da sé che di queste inquiete, contrastate curiosità intellettuali e morali si alimenteranno a lungo solo le menti e i cuori di ristrette conventicole di eruditi, di studiosi, di appassionati. Il contadino continuerà per secoli a percorrere le vie usate, entro i confini della sua, mirabilmente contaminata, cosmologia fantastica, ignaro di ellissi, di precessioni, di eclittiche.
E lo sguardo è ancora attivo. Asseconda con assiduità e precisione l’attitudine del visibile a rendersi pienamente manifesto, fino a far coincidere visione e conoscenza. Sempre di più, si vedono le cose che si capiscono e si capiscono le cose che si vedono. Ma si continua a riconoscere allo sguardo meravigliato il ruolo privilegiato delle origini. Anche quando cresca la sua disponibilità a cercare l’alleanza dello strumento: a lasciarsi fecondare dalle sue potenzialità. Il canocchiale, l’"occhiale" è un secondo occhio, che non sostituisce il primo, né gli impone la sua supremazia strumentale, ma collabora con quello alla conoscenza del vero.
In questo, ancora felice, ma per poco, secolo XVII, colpisce il fervore che anima le parole di Galileo, nelle lettere che accompagnano la spedizione del suo Sidereus Nuncius. È il marzo del 1610. Ha passato "la maggior parte delle notti di questo inverno al più al sereno et al discoperto, che in camera o al fuoco". Ma il suo libro, scritto in latino, va a ruba: 550 copie della prima edizione veneziana si esauriscono. E i qualificati acquirenti, che per tutta Europa lo attendono, assieme al libro si vedranno recapitare "lo strumento ancora, acciò possino incontrare la verità della cosa". Lo strumento è il canocchiale: quell’"occhiale" che un illustre corrispondente da Napoli del Cesi, Principe dell’Accademia dei Lincei, aveva peraltro definito "una  coglionaria". Ma è la "verità della cosa", che ci preme. Era nuovissima e da sbalordire. Riguardava la Luna, la Luna mitologica antichissima, la Luna di Aristotele e Tolomeo. Scrive Galileo: "dalle più volte ripetute ispezioni… siamo giunti alla convinzione che la superficie della Luna non è affatto liscia, uniforme e di sfericità esattissima, come di essa Luna… una numerosa schiera di filosofi ha ritenuto, ma al contrario, diseguale, scabra, ripiena di cavità e di sporgenze, non altrimenti che la faccia stessa della Terra". Le macchie della Luna: "Iste autem maculae…a nemine ante nos observatae fuerunt", che si liberano ora da qualsiasi legame con il volto di Caino. È una rivoluzione, anche se avvertita da pochi eletti.
Ed è proprio quella luna nuova, corrugata, disseminata di macchie,  che compare, per la prima volta nella storia della pittura, in un piccolo dipinto a olio su rame, di un pittore “todesco” trapiantatosi a Roma, Adam Elsheimer: La fuga in Egitto, ora  conservato presso la Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. È una prodigiosa “veduta di cielo”, che non ha precedenti, e di cui si rinuncia a cercare successori. In cielo risplende la luna piena, che si riflette in uno specchio d’acqua che ne esalta la luminosità e la nettezza dei particolari. È la Luna di Galileo, con le sue rugosità e le sue macchie. E la Via Lattea che attraversa la parte sinistra del cielo stellato, è resa come un ammasso di stelle, anche qui sulla scia delle investigazioni di Galileo. Nell’incanto della veduta, sembrano tradursi in immagini liriche le descrizioni di Galileo nel Sidereus Nuncius. In una  raccolta di saggi dedicata alla pittura di paesaggio, Anna Ottani Cavina dedica pagine bellissime al dipinto e ai suoi possibili rapporti con le scoperte galileane. Il piccolo, mirabile dipinto  risale al 1609. Adam Elsheimer morirà precocemente il 6 Dicembre del 1610 a Roma. È improbabile che avesse conosciuto il Sidereus Nuncius, anche se sono documentati contatti con cerchie vicine al Galilei. Improbabile anche che possedesse un canocchiale.
Per qualche tempo ancora l’euforia delle nuove scoperte si riverbera sull’opulenza barocca dei frontespizi, gremiti di immagini allegoriche, nel gusto dell’epoca per le "machine" scenografiche. Ancora a lungo le Tabulae rudolphinae di Keplero, le opere di Tycho Brahe verranno usate, anche, per compilare oroscopi, per prevedere il futuro. Poi, alle sonore scenografie barocche si sostituiscono i geroglifici delle formule, delle equazioni. Dalle pagine della nuova cosmologia si srotolano ora grovigli di ellissi, di eclittiche, di orbite intersecate e le parole cedono al numero, alla formula.
Dalle cisterne della Divinità, sempre più remote, che nemmeno più l’"occhiale" si cura di mettere a fuoco, defluiscono le acque dell’onnipotenza, a irrorare i terreni appena dissodati della Scienza Nuova. E impastano, intossicandosi in itinere e intossicandoli, i nuovi prototipi strumentali, che di quell’onnipotenza si faranno messaggeri e interpreti. E più tardi  padroni.
All’età dell’Esplorazione succede ora quella della Colonizzazione. Molti dei saperi che avevano collaborato alla prima, si rivelano ora di ingombrante inutilità, per la seconda. Il pensiero matematico sostituisce gradatamente le pittografie del pensiero analogico con la sua simbologia contratta, insinuante, ecumenica: il suo esperanto abissale ed enigmatico avvolge il mondo nella sue rete e lo ripropone, tradotto, depurato di origine e destino. Pronto per essere colonizzato, dalla ragione e dalla volontà di potenza. La Cosmologia si frammenta in un polverio di oggetti spaziali, in fasci di pulsazioni, in echi di remotissime catastrofi che il numero e l’equazione prosciugano di ogni riverbero simbolico. E dei quali si impadronisce la impersonale violenza della Tecnica. Vengono in mente i versi del Dies irae: “Quidquid latet apparebit, nihil inultum remanebit”.
C’è una icona, che occupa da qualche tempo l’immaginario tecnologico della contemporaneità. E che l’occasione fatidica del cinquantenario ha riproposto, ubiquitaria: promossa a icona epocale. Nella sua sinistra efficacia comunicativa, mi sembra compendiare il senso di quanto ho cercato di dire fin qui.
Un umanoide catafratto, immerso in una capsula irta di tubi e putrelle, improvvisa una specie di danza, saltellando con la sinistra goffaggine di un automa su una superficie glabra, sulla quale affondano le orme lasciate dai suoi zompi. Non si muove una bava d’aria, su quelle lande desolate. Non garrisce, non garrirà a nessun vento la bandiera infilzata nel suolo dall’esultante catafratto, in segno di dominio. Escono anche dei suoni bionici dalla bocca sigillata, come dalla bocca di  pesci rossi in una boccia. E si rabbrividisce, riconoscendo sotto il gracchiare fratturato dei suoni le parole iniziali del Genesi: le ultime, e solo con "timore e tremore", da scegliere; le ultime da pronunciare, nella lingua del dominio. Di quelle, almeno non resterà traccia, nei silenzi infiniti.
È sulla superficie della Luna, che l’astronauta si aggira. Ci è giunto dalla Terra. A esaltare l’alleanza di scienza, tecnica e volontà di potenza. A celebrare il raggiungimento di un culmine, lungo il cammino segnato  dalle "magnifiche sorti, e progressive". Ma non è più, quella, la Luna che milioni di occhi, per milioni di anni hanno guardato: la luna degli agricoltori, dei navigatori, dei poeti, dei maghi, degli innamorati, dei vagabondi, dei malati di melanconia, dei lunatici; né quella degli astrolabi, degli oroscopi,degli scongiuri, delle maledizioni. Ma nemmeno più quella di Galileo, pieno di fervore per le cose   “a nemine ante nos observatae”. È una Luna morta, quella, sulla quale però non moriranno le tracce dello sfregio impresso dalla prepotenza umana. E la retorica sbadata dei semicentenari, immemore di recenti, incurante di prossime, di venture catastrofi e rovine, batte sulle sue grancasse, da una Terra avviata ormai ad assomigliare ai deserti di polvere della Luna  conquistata, e da colonizzare.
C’è un’altra icona, che viene in mente, pensando al baldanzoso danzerino lunare. L’ha creata Paul Klee, e Walter Benjamin l’ha commentata: "C’è un quadro di Klee che si intitola  Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi…Una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta".

Stelât e colm di Lune
di Umberto Valentinis

(Par une gnot di Jugn)*
Lassailu ch’al sglicîi no viodût
dabàs de cjarande tal scûr,
si confondarà il so respîr
cun chel de buere ch’e sgorle
a planc las fuées dal ornâr.
Di chel che si incove cidin
-gimul o dopli di cui?-
no si visarà pui la muse
de lune ch’e nade
sul spieli trìmul dal sfuei.
Prin che il boreâl si distudi,
devant ch’e compagni
la fogule te ombre de man
i scorsenâts tal fuî,
bielzà al varà sgnotolât
cui che si platave.
Las steles adalt de Stradalbe
pai jenfris dal scûr e slusorin
compagnes di chês  
svampides parsore dal sfuei
intant che il penâl lu sgriave,
e tanche tal scûr il lusôr,
dentri il neri des ries
e van a mont i pinsîrs.

*Par: La Fuga in Egitto, Alte Pinakothek, Muenchen;"Adam Elsheimer fecit Romae".
Il cîl stelât e an calcolât ch’al corispuint a chel de gnot dal 16 di Jugn dal 1609.

Cielo stellato e plenilunio
di Umberto Valentinis

(Per una notte di giugno)*
Lasciatelo scivolare non visto
ai piedi della siepe nel buio,
si confonderà il suo respiro
con quello della brezza che agita
lieve le foglie dell’alloro.
Di chi silenzioso si insinua
-gemello o doppio di chi?-
non si ricorderà il volto
della luna che nuota
sullo specchio dello stagno.
Prima che il falò si spenga
prima che accompagni
la torcia nell’ombra della mano
i cacciati in fuga,
sarà già scomparso nella notte
chi si nascondeva.
Le stelle della Via Lattea in alto
dagli interstizi del buio risplendono simili a quelle
dissolte sul foglio
mentre lo rigava la penna,
e come nel buio lo splendore,
nel nero delle righe
tramontano i pensieri.

*Per: La Fuga in Egitto della Alte Pinakothek di Monaco; "Adam Elsheimer fecit Romae".
È stato calcolato che il cielo stellato corrisponde a quello della notte del 16 Giugno 1609.
 

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