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Bosplans

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DI LÀ DA L'AGHE, LA VALCELLINA di Franca Teja

Il sole c’era. Bello. Alto. Schifosamente tutto. C’era. E c’erano intorno i prati, la stalla, il gabinetto all’aperto e delle muraglie sparse. Intorno. Tutto quello c’era tutto.
Federico Tavan poeta di Andreis (1949 - 2013)

«Sciò sciò!!!» «Ma Clelia, perché mandi via le rondini?» Era la prima volta che incontravo una persona che non era felice di ospitare questi animali forieri di primavera! Clelia non amava i forêsts (quelli che vengono da fuori) e, per lei, le rondini erano tali. Anch’io era una forêsta, guardata all’inizio con sospetto, ma ero la sua nuova vicina di casa e, in qualche modo, si doveva pur, ma con cautela e parsimonia, fare conoscenza. Vicina proprio in senso stretto perché le nostre due abitazioni, facendo parte di un’unica schiera, avevano i muri contigui e comuni a entrambe le dimore. Anno 1996, Valcellina: Bosplans, frazione di Andreis, che già di per sè sembra la frazione di qualche cosa. Il censimento del 1991 diceva che il numero dei residenti era 58, oggi diventato una dozzina: evidentemente il numero dei bebè in questo lasso di tempo è stato vicino allo zero. Da soli quattro anni era finita la costruzione della strada, con la lunga galleria che collegava (e collega) la pianura con la vallata, mentre prima si doveva costeggiare il torrente Cellina lungo un percorso fra rocce strapiombanti e vorticose acque. Una vera bellezza! Ma spostarsi non sempre era facile, specialmente dopo abbondanti nevicate o dopo il formarsi di insidioso ghiaccio sul manto stradale, mentre, in tempi ancora più remoti, si poteva raggiungere Maniago e da qui tutte le altre località, attraverso l’antica e frequentata strada di “Crous”, ora poco più di un viottolo in mezzo a boschi e dirupi molto suggestivi. Avevo da poco concluso i miei impegni lavorativi scolastici e mi accingevo a prendere possesso della mia nuova casa, ristrutturata con il Piano Regionale di Ricostruzione post-terremoto che vincolava gli elementi caratterizzanti quel tipo di costruzione: i muri in pietra a vista, i daltz (ballatoi), la puàrta de li scjales (cancelletto) e, all’interno, la stua (stufa) in mattoni ed eretta sul posto all’epoca di costruzione della casa, cioè negli anni venti del secolo scorso.
Armìda passava ogni mattina a dar da mangiare alle sue galline dislocate, diciamo, in un pollaio più “naturalistico” sotto un bellissimo melo della varietà “Muscìc”, proprio perché le mele ricordavano il muso di un animale. Il cibo era contenuto in un pentolino e, più che solido, questo sembrava liquido, si trattava infatti di... latte! Armìda allevava le capre, faceva il formaggio ma, in particolari periodi dell’anno quando il latte prodotto era in eccesso e i vicini non lo gradivano, lo dava alle sue poco vegetariane galline. Per lei, le loro uova erano le più buone del mondo. Un giorno di epoca pasquale passa Armìda con un cestino: dentro le uova delle sue galline colorate di un bel verde pastello, chiedo spiegazione su quale erba tintorea sia stata usata e Armìda, sorpresa della mia ignoranza in materia, mi dice che si tratta delle foglie del “purcelùt”, mostrandomele, quelle foglie. Scopro con raccapriccio che si tratta del temutissimo colchico, una pianta velenosa che abbonda nei prati colorandoli, in autunno, con i suoi bei fiori violetti.
Tutti mangiano le uova di Armìda, io compresa e come fosse stato possibile non dire addio a questo mondo resterà per me uno degli irrisolti misteri dell’universo!
Era proprio un giorno di festa la domenica a Bosplans e, come una volta, le note istriano-romagnole di Radio Capodistria fluttuavano tra i cortili, con le canzoni dedicate a mamme, fidanzate, cugini. Al pomeriggio, la movìda animava la quiete del borgo: le persone si concedevano il lusso di passeggiare per le strade con un’andatura oziosa sconosciuta nei giorni lavorativi, diventando così un’occasione per scambiare qualche chiacchiera e sorseggiare un bicchiere in compagnia.
Per Savio la musica era meno frivola, parlava di montagne, di guerra, di madri piangenti e di morose da dover lasciare, era quella dei cori alpini, concentrata in un’unica musicassetta riproposta a parecchi decibel più e più volte nell’arco della mattinata. Per anni aveva fatto il malgàro, mite e buono aveva, nei confronti degli animali che allevava in Malga Fara, un sacro rispetto, anche quando qualcuno di questi finiva con il diventare peta. Eh già! peta non pitina, perché qui si chiama così, questo “insaccato”. Savio era uno dei pochi che ancora faceva la peta con il sistema dell’invòl cioè del sacco di juta nel quale veniva stipato quell’impasto di carni e di sapori, sapientemente mescolati tra loro, tra i quali il Carum carvi, il cumino dei prati. La peta alloggiava poi per una settimana nella cjasa da fum per beneficiare dei fumi che essenze arboree come il faggio sanno loro infondere. L’invòl, così primitivo e poco attraente come contenitore alimentare fu in seguito sostituito dal normale budello, conferendo alla peta un aspetto più tranquillizzante come quello di un comune salame. Più in voga è ora la forma della nuda polpetta.
Lena, di anni ne ha 92, ma possiede una positività e un ottimismo a dir poco contagiosi. Nel lungo inverno in cui le giornate si accorciano e la luce solare arriva appena a lambire le case, Lena non si perde di coraggio e aspetta fiduciosa, al doi de fevrâr (il due di febbraio) il ritorno del sole che, quasi per magia, compie un ampio arco sopra la mont di Fara inondando di luce il paese. Ma se a fevrâr il sole arriva par ogni faâr, (attraverso ogni faggio), marzo può tirare brutti scherzi: è per questo che si usa fare il “Parà four marc!” cioè “mandare via marzo”, un antico rito scaramantico che, a suon di campanacci, vuole scacciare questo mese infido il quale, pur recando in sé i presupposti della primavera è, purtuttavia capace di far ridiventare lividi i suoi cieli e gelide le notti.
Avevo davanti a me tutta l’estate per svolgere quei piacevoli lavori di piccolo restauro fuori en plein air, ma in quell’anno, per tutto il mese di luglio, cadde la pioggia! In una di queste deprimenti giornate, sento Clelia inveire contro dei passanti: «Bastàrtz, bastàrtz!». «Ma…, Clelia, li conosci?», faccio io, «No, ma i son bastàrtz lo stes!». Quella pioggia nel mese del solleone aveva reso tutti un po’ cattivi. Da allora il clima si è addolcito e si sono viste estati e primavere splendide e anche autunni e inverni miti. Colpa dell’effetto serra? Può darsi. Certo è che il forêst che vorrà circolare da queste parti, potrà più spesso fare a meno dell’ombrello.
Bosplans è visitabile tutto l’anno.
L’ingresso è libero.

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