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A ramengo con missêr Lavoreben

Affresco chiesetta di Arzenutto copia

Di là de aghe
di Gianni Colledani

Negli ultimi numeri de Lo Scatolino Marino Del Piccolo ha già evidenziato come l’intera Europa, fin ab antiquo, fosse percorsa da pellegrini diretti verso le mete più venerate della cristianità: in primis Roma, Gerusalemme e Santiago nella Galizia spagnola, per incontrare, almeno idealmente, san Pietro, Gesù, san Tommaso, san Martino o san Giacomo.
Il culto di quest’ultimo, a partire dal IX-X sec., cominciò pian piano a diffondersi da Compostela in tutta la cristianità. Esso trovò il suo massimo fulgore tra l’XI e il XV sec., quando migliaia di romeros (così si chiamano in Spagna i pellegrini), provenienti da terre lontanissime, si riversarono sulla strada per Santiago per andare a pregare sulla tomba dell’apostolo.
La meta era particolarmente suggestiva, per la sua stessa lontananza e per la fama di Santiago divenuto, dal XIV sec. in poi, matamoros (ammazza mori) e quindi pregnante simbolo della Reconquista. Riaffiorava il secolare contrasto Cristo contro Maometto, croce contro mezzaluna.
I pellegrini vi giungevano dopo mesi di viaggio attraverso la Provenza, dove visitavano ad Arles gli Alyscamps e San Trofimo e poi, attraverso l’Aragona, i paesi baschi, Roncisvalle e la Navarra per convergere a Puente la Reina dove todos los caminos a Santiago se hacen uno.
Per evitare la gran calura camminavano anche di notte tenendo d’occhio le stelle e in particolare la Via Lattea che, per la sua particolare posizione nel cielo, indicava la meta. Per questo in Spagna è chiamata Camino de Santiago.
Anche in Friuli ci sono varie chiese e chiesette intitolate a san Giacomo. Ben 47 sono i titula complessivi nelle diocesi di Udine, Pordenone e Gorizia. Tra le più vicine a Spilimbergo ricordiamo almeno Ragogna, Villanova di San Daniele e Arzenutto.
Il culto del santo era vivo anche a Spilimbergo che, pur non avendo una chiesa specifica a lui intitolata, era luogo di sosta e di pernottamento per i pellegrini diretti a Compostela, a Roma o a Gerusalemme.
In zona, una delle più significative raffigurazioni del santo appare in un affresco della metà del Trecento che si trova nell’abside di sinistra del duomo. Rappresenta, in un tratto molto naif, il cosiddetto “Miracolo dell’impiccato”. In breve il fatto: Hugonell, un giovane tedesco, in viaggio verso Santiago coi genitori, per aver respinto le profferte amorose di una locandiera della città di Santo Domingo de la Calzada, viene da lei ingiustamente accusato di furto. Per vendicarsi e per rendere più verisimile l’accusa, la perfida locandiera provvede a nascondere nel sacco da viaggio del ragazzo una brocca d’argento. Catturato e sommariamente processato, il giudice locale sentenziò: impiccagione per il figlio e allontanamento immediato per i poveri genitori, che continuarono da soli il viaggio verso Compostela. Ben fatto, tolleranza zero, chè la giustizia per essere credibile deve essere rapida e severa e soprattutto non deve guardare in faccia nessuno, tanto meno i poveri cristi.
Al ritorno i genitori ripassarono per Santo Domingo e, sul luogo dell’impiccagione, si accorsero con sommo stupore che il figlio pendeva ancora vivo dalla forca perché san Giacomo stesso lo teneva sollevato con la mano quanto bastava perché il cappio non lo soffocasse. Tutto trafelato il padre si precipita a casa del giudice che, seduto a tavola, era in procinto di mangiare dei polli arrosto. “Mio figlio è vivo, mio figlio è vivo – grida il poveretto!”. “Non dire fesserie - lo interrompe malamente il giudice - tuo figlio è morto come sono morti questi galletti!”. D’un tratto però, per intervento soprannaturale, i galletti si impiumano, si mettono a zampettare e a cantare sulla mensa. Di fronte ad un miracolo così palese il giudice, resosi conto di averla fatta grossa, provvede a liberare il giovane e ad appendere al posto suo la maliziosa locandiera. A ricordo di questo fatto, nella cattedrale di Santo Domingo de la Calzada viene tenuto, sospeso in alto, alla vista dei fedeli, un gallinero, un piccolo pollaio con dei galletti bianchi che talvolta accolgono i romeros con sonori chicchiricchì. Da qui il detto popolare “Santo Domingo de la Calzada donde cantò la gallina despuès de asada”, dove cantò la gallina dopo arrostita.
A ricordo di questa fascinosa e irripetibile stagione jacobea, restano in Friuli significative, anche se ormai sbiadite, attestazioni linguistiche. Innanzitutto l’antica filastrocca detta di Missêr Lavoreben da me raccolta a più riprese tra il 1972 e il 1974, nella Pieve d’Asio dalla voce della compianta Maria Gerometta (n.1906), meglio conosciuta come Mia di Zef che abitava a Celante di Clauzetto. Si tratta di un contrasto di stampo medievale in dieci stanze. Dialogano tra loro Lavoreben, un pellegrino scaltro e malizioso e un anonimo indigeno curioso e ingenuo.
Attraverso i secoli il componimento ha subìto, naturalmente, alterazioni, cambiamenti, distorsioni, aggiunte, limature e infinite varianti adattandosi alla sensibilità dei singoli e alla parlata delle popolazioni locali. La mia stessa informatrice, solo a distanza di pochi mesi, forniva versioni leggermente diverse.
Missêr Lavoreben

Dontre vignîso, missêr Lavoreben?
Di san Jacu di Galissie, che Diu us dei dal ben!
Di san Jacu di Galissie?
O vevio di vignî de Cjargne po?
Si sa di no!

Jodeiso po!
E ce strade veiso fate, missêr Lavoreben?
O l’ai cjatade fate, che Diu us dei dal ben!
La veis cjatade fate?
O vevio di fâle jo po?
Si sa di no!
Jodeiso po!

Dulà seiso rivât la sere, missêr Lavoreben?
In cjase di siôrs bacans, che Diu us dei dal ben!
In cjase di siôrs bacans?
O vevio di stâ pe strade po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
E ce us ane dat di mangjâ i siôrs bacans, missêr Lavoreben?
Forment e spics di vene, che Diu us dei dal ben!
Forment e spics di vene?
O vevine di dâmi culumbins e gjalinutis po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
E ce us ane dat di bevi i siôrs bacans, missêr Lavoreben?
Batude e aghe di vasel, che Diu us dei dal ben!
Batude e aghe di vasel?
O vevine di dâmi vin sclet di caratel po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
E ce storie us ane contât i siôrs bacans, missêr Lavoreben?
Chê di Rolan e di Carlon, che Diu us dei dal ben!
Chê di Rolan e di Carlon?
O vevine di contâmi chê dal lôf e da l’agnel po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
Dulà us ane metût a durmî i siôrs bacans, missêr Lavoreben?
Te stale cu li vacjutis, che Diu us dei dal ben!
Te stale cu li vacjutis?
O vevine di fâmi un jet di plume po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
E tal doman ce us ane dat di fâ i siôrs bacans, missêr Lavoreben?
Di lâ a passon cu li vacjutis, che Diu us dei dal ben!
Di lâ a passon cu li vacjutis?
O vevine di tegnîmi suntun sofà po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
E cun ce paraviso vie li vacjutis, missêr Lavoreben?
Cu la maçute, che Diu us dei dal ben!
Cu la maçute?
O vevio di tirâlis pe code po?
Si sa di no!
Jodeiso po!
E dopo dulà seiso lât, missêr Lavoreben?
O soi lât cul non di Diu, che Diu us dei dal ben!
O seis lât cul non di Diu?
O vevio di lâ cul non dal diaul po?
Si sa di no!
Jodeiso po!

Ci sono dei passi in cui è posta in antitesi la fatica del viaggiare con il piacere del riposo, principalmente là dove l’argomento è il dormire, il mangiare e il bere. L’opposizione dei termini mette a confronto due mondi, quello dei ricchi e quello dei poveracci.
L’arcaicità del contrasto si intuisce anche dal richiamo ai poemi cavallereschi e alle Chansons de geste. Infatti è ricordato Rolando/Orlando, il valoroso paladino di Carlo Magno, che combattè valorosamente a Roncisvalle e che, prima di cadere, spezzò su una roccia la sua invitta spada Durlindana.
Tra le reliquie linguistiche ricordiamo anche l’espressione “Va’ a ramengo” con cui si augura a qualcuno di “andare a …quel paese”, fuori dai piedi e il più lontano possibile. Essa pure deriva dal mondo dei pellegrini, volendo indicare che il viaggiare comporta fatica e disagi. Non a caso in inglese il significato primigenio di to travel è faticare, soffrire, aver travagli.
“Ramengo”, ramingo, deriva dal provenzale ramenc, detto di un uccellino che saltella di ramo in ramo. Nell’antico friulano c’è un’altra espressione che deriva da quel mondo: “Va’ in Galissie” col significato di “Va’ lontano, a Santiago di Galizia” e sopporta tutti i disagi possibili. In breve, era un modo più elegante per mandare uno…a ramengo.
Immaginiamo il romeo sudato e affaticato, con le gambe che vacillano facendo “giacomo-giacomo”. Nell’espressione c’è un palese richiamo alla ripetuta invocazione che il pellegrino stremato rivolgeva al santo affinchè lo aiutasse a raggiungere la meta tanto agognata.
Dell’epoca del peregrinare restano nell’arte e nella lingua, come abbiamo visto, solo arcaiche reliquie, comunque sufficienti per riannodare i fili della memoria. Sulle strade passavano mercanzie pesanti e mercanzie …leggere, cioè idee, novità, tecniche e canti, storie e musiche, saperi e sapori. Si può ben dire quindi che, anche qui in Friuli, il reciproco intrecciarsi e sovrapporsi delle strade di cramarìa con le strade di romerìa ha contribuito non poco a plasmare questo nostro mondo che ci dà radici e ali.

 

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