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A DISTANZA DI 35 ANNI.

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SCUOLA E SOCIETÀ di Pierluigi Di Piazza

Sono trascorsi trentacinque anni dall’esperienza didattica interdisciplinare che ha coinvolto le alunne e gli alunni della sezione di Grafica pubblicitaria e fotografia della classe 4^ B e gli insegnanti Maurizio Valentini, Pierluigi Di Piazza, Bruno Cinti, Bruno Fedrighelli e Franca Padovani.
Riflettendo sul trascorrere del tempo, questo tragitto storico è breve, ma così denso di cambiamenti profondi e accelerati da farcelo percepire lungo, proprio a motivo della sua intensità. La rilettura del giornale “Handicap, una società per tutti” realizzato per riassumere e riproporre il percorso culturale insieme ai manifesti progettati e stampati dagli studenti conferma la positività dell’intuizione, della ideazione del progetto, dei suoi esiti resi pubblici in un incontro svoltosi in città, a Udine, aperto a insegnanti, altri alunni, operatori, con gli studenti protagonisti, come lo sono stati nella successione delle diverse fasi.
I cambiamenti avvenuti in questa nostra società, nell’interdipendenza planetaria a livello sociale e culturale e nelle relazioni fra persone diverse per cultura e fede religiosa; sul piano scientifico e tecnologico; nelle questioni etiche come mai prima d’ora; per gli strumenti di comunicazione, quali internet, e di realizzazioni, anche grafiche, per mezzo del computer, hanno coinvolto l’ambito della scuola così importante per le persone, per un’intera società, con difficoltà (anche attualmente preoccupanti) ma nella convinzione che l’esperienza culturale istituzionale della scuola continua a essere fondamentale e decisiva.
Senza esagerazioni e compiacenza mi pare che a distanza di anni quest’esperienza scolastica riproponga nell’attuale situazione storica un frammento delle dimensioni costitutive della cultura, della scuola, dei processi pedagogici. Prima di tutto la liberazione da uno schematismo che imprigiona l’esperienza scolastica in una auto-referenzialità per aprirla alle situazioni sociali e umane della storia. L’interrogativo che allora insegnanti e studenti si posero sull’uso commerciale delle immagini, per veicolare bisogni artificiali o invece contenuti reali, permane nella sua provocazione.
L’attenzione alle condizioni umane di sofferenza e di emarginazione altrettanto, perché solo partendo da esse, si può leggere la struttura sociale e i suoi meccanismi ed essere provocati a un cambiamento personale, relazionale, strutturale che porti a una progressiva umanizzazione.
La scuola allora si è aperta ad accogliere operatori dei servizi psichiatrici; per l’uscita degli alunni e degli insegnanti in visita all’Ospedale psichiatrico di Sant’Osvaldo: l’ascolto è diventato visione e percezione diretta; l’impatto e le riflessioni successive inattesi, provocati da una situazione umana sconosciuta, shoccante, perché avvertita come disumana; presente ma confinata, relegata, nascosta; fatta da storie, volti, nomi di persone non più persone, perché identificate con la loro sofferenza, la loro emarginazione, quel luogo di reclusione. «Sala di attesa per la morte». «Le persone hanno in comune il volto spento, triste». «Non avrei mai pensato potesse esistere una realtà simile. Mi è sembrato, infatti, di aver visitato un lager con i vari blocchi numerati». «Condizioni disumane». «Una istituzione che favorisce l’emarginazione che da parziale diventa definitiva, totale». Queste sono alcune espressioni scritte dagli studenti, dopo la mattinata vissuta nell’ospedale psichiatrico, dopo il dialogo, il confronto comunitario e la riflessione personale. A poca distanza dal nostro campo di sperimentazione, a Trieste uno psichiatra, Franco Basaglia, con intuizioni e pratiche straordinarie riconsegnava quelle persone alle relazioni, nell’esperienza e nella convinzione che solo in esse e nella riacquisizione della soggettività ci può essere umanizzazione e beneficio. L’impatto doloroso dei giovani studenti della sezione di Grafica pubblicitaria e fotografia esigeva in modo implicito, anche con un certo senso di impotenza, quanto l’esperienza di Franco Basaglia stava vivendo e iniziava a comunicare, fino alla legge 180 sulla chiusura dei manicomi come istituzioni totali per un’apertura a relazioni e convivenze a misura d’uomo. È una liberazione avvenuta e un atto che chiedono costantemente crescita culturale, sensibilità del cuore, consapevolezza della coscienza, sostegno istituzionale e politico.
«La nostra crescita culturale non sta nell’aver scoperto qualche cosa di “brutto” che prima non conoscevamo, ma nell’esserci resi conto di rapporti sociali strutturalmente sbagliati e di cui noi, anche se inconsciamente, siamo nello stesso tempo, fruitori e protagonisti. Che questo sia avvenuto durante lo spazio scolastico è un motivo di speranza: constatiamo, infatti, che la scuola può veramente essere un momento di crescita umana quando non resta ancorata a schemi ripetitivi, ma filtra tutte le problematiche e aiuta ad assumere un atteggiamento critico, libero e responsabile nei confronti di esse». Queste sono alcune riflessioni conclusive degli studenti.
Questo commento, a distanza di anni, a un’esperienza culturale così significativa, segno di dimensioni costitutive e permanenti, comprende i volti, i nomi, le storie di tutte le alunne e di tutti gli alunni coinvolti; degli insegnanti, Maurizio Valentini in particolare, insieme a Bruno Fedrighelli e Bruno Cinti; e anche all’insegnante di italiano Franca Padovani per la disponibilità e l’attenzione alla scrittura dei testi.
A distanza di tempo, personalmente sento di aver impegnato in modo significativo l’ora di Religione di cui ero insegnante, liberandola dalla sua collocazione ambivalente, proprio nel favorire quello che la fede ci provoca a vivere: l’attenzione alle persone, a cominciare da quelle ai margini, che fanno fatica, escluse; la dedizione e l’impegno a costruire relazioni caratterizzate dall’umanità.
 

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